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	<title>politica-americana &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
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	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "politica-americana"</description>
	<pubDate>Sat, 26 Jul 2008 03:56:12 +0000</pubDate>

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	<language>en</language>

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<title><![CDATA[Obama conquista Berlino.]]></title>
<link>http://politicamericana.wordpress.com/?p=184</link>
<pubDate>Thu, 24 Jul 2008 22:49:54 +0000</pubDate>
<dc:creator>Anthony M. Quattrone, Ph.D.</dc:creator>
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<description><![CDATA[Anthony M. Quattrone
Abbiamo atteso 45 anni per vedere un politico americano riempire le strade di u]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:right;"><img class="alignleft" style="margin:2px;" src="http://lh3.ggpht.com/tonyq1408/SIkGUeas-_I/AAAAAAAAAlo/wyRFOjwzXI8/s288/Obama%20with%20crowds%20in%20Berlin%202008-07-24.jpg" alt="Obama in Berlin after speech" width="221" height="288" />Anthony M. Quattrone</p>
<p>Abbiamo atteso 45 anni per vedere un politico americano riempire le strade di una grande capitale dell’Europa occidentale piena di sostenitori e simpatizzanti con tante bandiere americane, e non di contestatori anti-americani pronti a lanciare bombe molotov e bruciare il vessillo a stelle e strisce. Secondo la polizia di Berlino, oltre 200 mila persone hanno riempito la Tiergarten Park e la strada che collega la Colonna della Vittoria alla storica porta di Brandenburgo, per ascoltare il primo discorso del tour europeo del candidato democratico alla presidenza Usa, il senatore dell’Illinois, <span style="color:#3366ff;"><strong>Barack Obama</strong></span>.</p>
<p>Il 28 giugno del 1963, il 35mo presidente degli Stati Uniti, <span style="color:#3366ff;"><strong>John F. Kennedy</strong></span>, pronunciò uno <a href="http://www.americanrhetoric.com/speeches/jfkberliner.html">storico discorso</a> dinnanzi a 120 mila berlinesi, da un balcone del municipio della Berlino libera, la Schöneberg Rathaus, dichiarando che “tutti gli uomini liberi, ovunque si trovino, sono cittadini della libera Berlino. E pertanto, come uomo libero, mi vanto di pronunciare le parole ‘Ich bin ein Berliner’ (ndt: io sono un berlinese)”. Obama non ha detto niente di altrettanto storico e eclatante il 24 luglio nel discorso che ha tenuto a Berlino, ma ha saputo dare un chiaro e convincente messaggio all’Europa: se diventerà il nuovo presidente americano, la musica da Washington cambierà, perché l’America di Obama è quella della solidarietà con chi soffre, della giustizia sociale, delle pari opportunità, ma anche l’America che si dona completamente e generosamente nella lotta per  la libertà, cioè l’America che la gran parte degli europei ama.</p>
<p>Nel <a href="http://www.huffingtonpost.com/2008/07/24/obama-in-berlin-video-of_n_114771.html">suo discorso</a> Obama ha toccato i principali temi della politica estera americana, spaziando dalla guerra al terrorismo, alla questione del nucleare in Iran, e la guerra in Iraq, evitando di criticare direttamente sia il presidente in carica, George W. Bush, sia il candidato repubblicano, il senatore dell’Arizona, <span style="color:#3366ff;"><strong>John McCain</strong></span>. Anche se Obama ha preso atto che non sempre gli Usa hanno agito nel migliore dei modi, ha voluto ribadire il suo patriottismo prendendo atto che “il mio Paese non è perfetto. Ci sono state occasioni in cui abbiamo dovuto lottare per i nostri diritti. Abbiamo fatto degli errori. Ma questo non diminuisce l'amore che ho verso la mia Patria”. <!--more Leggi tutto l'articolo!--></p>
<p>Il candidato democratico ha cercato di creare discontinuità con la politica estera di Bush, spesso caratterizzata dal principio dell’intervento unilaterale e del diritto all’azione preventiva, dichiarando che "L'America non può isolarsi, l'Europa neanche. Bisogna abbattere tutti i muri che restano ancora in piedi, i muri tra vecchi alleati e l'altra parte dell'Atlantico non possono resistere".</p>
<p>I temi dell’unità, della costruzione di ponti fra i popoli, e dell’abbattimento dei muri, ha creato un legame ideale fra il messaggio che Obama ha lanciato nel corso della sua campagna elettorale in America, e quanto sta affermando durante l’attuale viaggio all’estero. Per Obama, “i muri tra i Paesi che hanno di più e quelli che hanno di meno non possono resistere, non possono resistere i muri tra le razze, le tribù, gli immigrati e i nativi, tra cristiani, musulmani ed ebrei”.</p>
<p>Obama, che ha affermato di parlare da americano e da cittadino del mondo, e non come candidato presidenziale, ha fatto un appello ad americani ed europei affinché lavorassero assieme per “sconfiggere il terrorismo e prosciugare il pozzo dell’estremismo che lo sostiene, così come americani ed europei si unirono nello sconfiggere il comunismo una generazione fa”. Obama ha chiesto agli europei di impegnarsi ancora di più specialmente nell’appoggiare la missione delle forze NATO in Afghanistan, nella lotta armata contro i talebani e i terroristi. Obama ha forse deluso i pacifisti, chiaramente ribadendo alla piazza europea che “il popolo afgano ha bisogno delle nostre truppe e delle vostre truppe”.</p>
<p>Durante questa prima tappa europea, Obama non ha dimenticato di menzionare qualche tema “verde”, dichiarando che è necessario “investire nella cooperazione, costruire istituzioni più forti e condividere i sacrifici” per poter “salvare il pianeta e agire con risolutezza”. Per Obama, è necessario ridurre le emissioni che inquinano l’atmosfera, evitando di “lasciare ai bambini le tempeste che distruggono il Pianeta,” e cercando di “dare un futuro ai nostri bambini e dare la speranza a chi è rimasto indietro”.</p>
<p>Se l’Obama di Berlino è piaciuto alla gran parte degli osservatori e alla platea europea, non sono mancate le critiche, che sono arrivate specialmente dal fronte interno. <span style="color:#3366ff;"><strong>Steven Erlanger</strong> </span><a href="http://www.nytimes.com/2008/07/25/us/politics/25assess.html">ha scritto sul <em>New York Times</em> del 25 luglio 2008 </a>che "Obama ha tenuto un discorso dai toni poetici sui valori americani ed europei e la storia condivisa, ma è stato vago sui temi cruciali del commercio, della difesa e della politica estera che oggi dividono Washington dall’Europa, e che, probabilmente, continueranno a farlo anche se lui diventasse presidente".</p>
<p>Ora è il turno di Parigi e Londra. Ancora prima del termine dell’attuale viaggio di Obama all'estero, che lo ha portato in Kuwait, Afghanistan, Iraq, Giordania, Cisgiordania, e Israele, prima di arrivare in Europa, lo staff del candidato democratico dovrà studiare come capitalizzare i successi riscontrati, trasformandoli in un aumento dei consensi negli Usa. Non sempre la popolarità di un politico americano all’estero si tramuta in voti a casa, specialmente ora che l’America è molto preoccupata per il caro benzina, per la crisi dei mutui, e per l’avvicinarsi della recessione economica.</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Obama inizia il suo viaggio all'estero.]]></title>
<link>http://politicamericana.wordpress.com/?p=159</link>
<pubDate>Sat, 19 Jul 2008 22:54:23 +0000</pubDate>
<dc:creator>Anthony M. Quattrone, Ph.D.</dc:creator>
<guid>http://politicamericana.wordpress.com/?p=159</guid>
<description><![CDATA[Uno staff di 300 collaboratori lo assiste per la politica estera
Anthony M. Quattrone
Ha destato mol]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><span style="text-decoration:underline;"><span style="color:#ff0000;"><strong>Uno staff di 300 collaboratori lo assiste per la politica estera</strong></span></span></p>
<p>Anthony M. Quattrone</p>
<p>Ha destato molto interesse <a href="http://www.nytimes.com/2008/07/18/us/politics/18advisers.html?pagewanted=1&#38;_r=1&#38;adxnnl=1&#38;adxnnlx=1216502671-rEie33JBcCsIQACcttZ9OA" target="_blank">la notizia diffusa il 18 luglio 2008</a> dalla giornalista del <em>New York Times</em>, <span style="color:#3366ff;"><strong>Elisabeth Bumiller</strong></span>, che il candidato democratico alle presidenziali USA del 2008, il senatore dell’Illinois, <span style="color:#3366ff;"><strong>Barack Obama</strong></span>, ha una squadra di circa 300 persone che lavorano per lui in materia di politica estera.  La Bumiller descrive un’equipe organizzata come un piccolo “dipartimento di stato”, suddivisa per temi o zone geografiche in venti diversi gruppi di lavoro.  Ogni mattina, entro le 8, la squadra produce, dal quartiere generale di Chicago, due e-mail per Obama.  La prima descrive gli eventi internazionali delle precedenti 24 ore, mentre la seconda fornisce una serie di possibili domande che potrebbero essere rivolte al candidato democratico da parte della stampa, suggerendo anche le risposte.</p>
<p>Il cuore della squadra è composto di ex collaboratori minori del governo del presidente <span style="color:#3366ff;"><strong>Bill Clinton</strong></span>, cui si stanno affiancando ora anche quelli più blasonati, come gli ex segretari di stato, <span style="color:#3366ff;"><strong>Madeleine Albright</strong></span> e <span style="color:#3366ff;"><strong>Warren Christopher</strong></span>, i quali, durante le recenti primarie, hanno sostenuto la senatrice di New York, <span style="color:#3366ff;"><strong>Hillary Clinton</strong></span>. <!--more Leggi tutto l'articolo!--></p>
<p>Secondo la Bumiller, il gruppo originale di collaboratori è molto più vicino ad Obama nel modo di interpretare la politica estera di quanto lo sono i vecchi collaboratori di Bill Clinton.  L’opposizione della prima ora contro la guerra in Iraq, l’uso del <em>soft power</em> e degli aiuti economici in politica estera, punta di diamante della politica estera liberal, accomuna i giovani consiglieri di Obama, mentre l’interventismo militare a carattere umanitario, come nel caso della Somalia e dei Balcani durante l’era Clinton, oltre al sostegno per i poteri di guerra affidati al presidente <span style="color:#3366ff;"><strong>George W. Bush</strong></span> nell’ottobre 2002, essenziali per l’invasione dell’Iraq del marzo 2003, accomuna i membri della “vecchia guardia” del presidente Clinton che ora lavorano per Obama.</p>
<p>L’<em>International Herald Tribune</em>, il giornale internazionale di lingua inglese di proprietà del <em>New York Times</em>, ha pubblicato <a href="http://www.iht.com/articles/2008/07/17/opinion/ediraq.php" target="_blank">un editoriale il 18 luglio</a> nel quale sostiene che Obama dice parole incoraggianti in politica estera, mentre da parte di McCain arriva solo confusione.  Secondo l’editoriale, Obama ha una visione dell’insieme più completa di McCain, anche se quest’ultimo afferma di avere più esperienza del giovane senatore afro americano in materia di politica estera.</p>
<p>Obama ha definito l’Afghanistan e il Pakistan come il vero fronte nella guerra contro il terrorismo, e, secondo il candidato democratico, è necessario un disimpegno dall’Iraq per concentrare ingenti forze militari e risorse economiche contro <em>al Qaeda</em>.  Il senatore dell'Illinois vorrebbe ritirare il grosso delle forze combattenti Usa dall’Iraq entro il 2010, e spostarne almeno 10 mila in Afghanistan, anche per convincere gli alleati della NATO ad aumentare il numero delle loro truppe.</p>
<p>Obama prospetta, inoltre, di aumentare gli aiuti economici all’Afghanistan, proponendo anche di rafforzare la partnership fra quest'ultimo, il Pakistan, e la NATO nella gestione della frontiera fra i due paesi, considerata una zona franca per i terroristi di <em>al Qaeda</em>.  Il candidato democratico sostiene un'iniziativa, attualmente in discussione al Congresso, che mira a triplicare l’aiuto economico non militare al Pakistan, raggiungendo la quota di 7,5 miliardi di dollari in cinque anni, e ha promesso di stanziare, se diventa presidente, due miliardi di dollari per assistere oltre quattro milioni di rifugiati iracheni, completamente ignorati dall’amministrazione Bush.</p>
<p>Secondo l’editoriale dell’<em>International Herald Tribune</em>, la politica di McCain nei confronti delle due guerre è confusa e contraddittoria.  Dopo aver, in un primo momento, negato che ci fosse la necessità di aumentare le truppe in Afghanistan, ha dichiarato il 15 luglio 2008 che era a favore dell’invio di un’ulteriore forza di 15 mila soldati, ma non era chiaro se intendesse truppe Usa o alleate, o di una combinazione.  E' sconvolgente, secondo il giornale, l’insistenza con cui McCain continua a parlare di "vittoria" in Iraq, e dell’accusa che rivolge ad Obama, il quale, secondo il senatore dell’Arizona, vorrebbe arrendersi.</p>
<p>L’<em>International Herald Tribune </em>scrive “Non abbiamo nessuna idea di cosa significhi vincere per McCain.  In un primo momento, Bush aveva promesso un Iraq libero e democratico.  Dopo aver speso 656 miliardi di dollari (ndt: pari a 437 miliardi di euro), la sua amministrazione ha fatto marcia indietro da tali grandiosi intendimenti e sarà fortunata se potrà lasciarsi dietro un governo centrale che funzioni marginalmente in un paese estremamente fragile”.</p>
<p>Obama ha iniziato il suo viaggio all’estero il 18 luglio 2008, con la prima tappa in Kuwait.  E' arrivato in Afghanistan il 19 luglio, dove ha incontrato i comandanti militari e i soldati Usa,  oltre a diversi politici locali, fra cui l'ex signore della guerra e attuale governatore della provincia di Nangarhar, <span style="color:#3366ff;"><strong>Gul Agha Sherzai</strong></span>. Prima di partire per l'Iraq, Obama ha incontrato anche il presidente afgano, <span style="color:#3366ff;"><strong>Hamid Karzai.</strong></span> Dopo la visita in Iraq il 20 e 21, Obama visiterà la Giordania il 22, Israele e Cisgiordania il 23, ed infine approderà in Europa, dove visiterà la Germania il 24, la Francia il 25, e la Gran Bretagna il 26 luglio.</p>
<p>Così come gli occhi degli osservatori internazionali sono puntati a scrutare ogni passo e dichiarazione di Obama durante questo viaggio internazionale, il suo “mini dipartimento di stato” analizza tutto quello che succede nel mondo e prepara risposte ad ogni possibile domanda.  Lo staff sarà sicuramente importante nel fare ricerche e preparare il giovane candidato democratico su tutti gli argomenti di politica estera, ma, alla fine, Obama dovrà comunicare agli americani una visione del mondo credibile, e, soprattutto, dovrà proiettare l’immagine di un leader capace di guidare la più potente forza militare del mondo contemporaneo.  Solo così convincerà gli elettori americani di poter essere il loro “Commander-in-Chief”.</p>
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</item>
<item>
<title><![CDATA[Politica estera al centro della campagna presidenziale USA]]></title>
<link>http://politicamericana.wordpress.com/?p=77</link>
<pubDate>Sat, 12 Jul 2008 06:50:31 +0000</pubDate>
<dc:creator>Anthony M. Quattrone, Ph.D.</dc:creator>
<guid>http://politicamericana.wordpress.com/?p=77</guid>
<description><![CDATA[Anthony M. Quattrone
E&#8217; difficile comprendere quale traiettoria imboccherà la politica estera]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Anthony M. Quattrone</p>
<p>E' difficile comprendere quale traiettoria imboccherà la politica estera americana dopo le elezioni presidenziali del prossimo novembre. Una vittoria democratica potrebbe essere caratterizzata da una totale discontinuità con la politica estera perseguita durante gli ultimi otto anni dal presidente <span style="color:#3366ff;"><strong>George W. Bush</strong></span>.  Molti sperano che la Casa Bianca abitata dal senatore dell'Illinois, <span style="color:#3366ff;"><strong>Barack Obama,</strong></span> possa divenire il centro di un nuovo modo di concepire la politica mondiale, dove la priorità dell'azione concordata, e multilaterale, metterebbe in secondo piano la tentazione di agire in unilateralmente. <!--more Leggi tutto l'articolo --></p>
<p>L’opinionista del <em>New York Times</em>, <span style="color:#3366ff;"><strong>Gail Collins</strong></span>, nota, tuttavia, che Obama non è mai stato contrario né all’uso della forza militare in senso preventivo e unilaterale, né alla guerra in assoluto.  Collins ricorda che nel famoso <a href="http://en.wikisource.org/wiki/Barack_Obama%27s_Iraq_Speech" target="_blank">discorso che Obama ha tenuto il 2 ottobre 2002</a>, contro l’affidamento dei poteri di guerra al presidente <span style="color:#3366ff;"><strong>George W. Bush</strong></span> da parte del Congresso, che permise al presidente di ordinare l'attacco all'Iraq il 20 marzo 2003, il senatore dell’Illinois fece la distinzione fra guerre giuste e quelle sbagliate, dichiarando che era contrario alla guerra in Iraq perché era una guerra stupida. Per Collins, Obama vuole evitare di fare cose “stupide” in politica estera, e così si spiegherebbero anche le sue recenti dichiarazioni sui tempi del ritiro delle truppe Usa dall’Iraq.  Obama ha promesso, durante le primarie, di ritirare le forze Usa entro 16 mesi dall’inizio della sua presidenza; ma pochi giorni fa ha raffinato la sua promessa, affermando che è pronto a far slittare la data se le condizioni sul terreno lo impongono.  In breve, non vuole fare cose “stupide”.</p>
<p>Obama è consapevole che molti osservatori sono preoccupati per la poca esperienza che ha in politica estera, come spesso gli rinfacciava durante le primarie la senatrice di New York, <span style="color:#888888;"><strong><span style="color:#3366ff;">Hillary Clinton</span></strong><span style="color:#000000;">.</span></span> Le preoccupazioni degli osservatori, in questo campo, potrebbero affievolirsi appena il candidato democratico fa conoscere i nomi di chi sono i suoi principali consiglieri in materia di politica estera.</p>
<p>Una vittoria a novembre del senatore dell'Arizona, <span style="color:#3366ff;"><strong>John McCain</strong></span>, il candidato repubblicano, non tranquillizzerebbe, tuttavia, gli osservatori americani e internazionali, principalmente perché nel partito repubblicano ci sono posizioni abbastanza contrastanti, se non addirittura diametralmente opposte, in tema di politica estera. <span style="color:#3366ff;"><strong>Derek Chollet</strong></span> e <span style="color:#3366ff;"><strong>James Goldgeier </strong></span>hanno scritto un articolo l'8 luglio per <em>Politico.com</em>, intitolato "La divisione sulla politica estera causa problemi per i repubblicani". Secondo questi due commentatori, la discordia in casa repubblicana fra idealisti e pragmatici si sta acuendo, al punto da far riemergere di nuovo la falla di demarcazione che negli anni 90 caratterizzava la visione della politica estera della destra americana.</p>
<p>Secondo Chollet e Goldgeier, mentre i realisti pragmatici si battono contro i neoconservatori per dominare la politica estera del Partito repubblicano, due gruppi di estremisti conservatori, gli isolazionisti, scettici di qualsiasi impegno globale, e i nazionalisti, impegnati contro l'immigrazione, rimangono forti. Durante i vent'anni che hanno preceduto la caduta del Muro di Berlino nel 1989, l'anti-comunismo è stato, all'interno della destra americana, il collante delle diverse visioni in conflitto.</p>
<p>Negli anni 90, i conservatori si suddividevano fra coloro che predicavano l'isolazionismo, come Pat Buchanan, i realisti pragmatici capeggiati da <span style="color:#3366ff;"><strong>James Baker</strong></span> e <span style="color:#3366ff;"><strong>Brent Scowcroft</strong></span>, e la nuova scuola di idealisti neoconservatori, come <span style="color:#3366ff;"><strong>Norman Podhoretz</strong></span>.  Con l'attacco terrorista dell'11 settembre 2001, i conservatori americani si sono temporaneamente uniti davanti ai pericoli posti dal terrorismo islamico, e hanno appoggiato la visione del presidente George W. Bush di usare la potenza americana, non solo per difendere l'esistenza stessa della nazione, ma anche per esportare la democrazia.</p>
<p>Secondo Chollet e Goldgeiger, tuttavia, la frustrazione dei conservatori nei confronti della politica del presidente Bush in Iraq, e le accuse di manifestata incompetenza nei confronti della sua amministrazione in materia di politica estera in generale, stanno facendo riemergere le divisioni interne alla destra americana. Sono sempre di più coloro che a destra chiedono che il governo americano badi più ai suoi interessi strategici, piuttosto che alle questioni basate sui valori e gli ideali, come la diffusione della democrazia.</p>
<p>Il partito repubblicano, negli ultimi trenta, è riuscito a convincere l’elettorato Usa di avere una visione più chiara sulla questione della sicurezza nazionale e sul ruolo dell'America nel mondo. Se McCain vorrà continuare questa percezione da parte dell’elettorato dovrà fare presto a scegliere quale scuola di pensiero vorrà seguire fra quelle tradizionalmente dominanti fra i conservatori, e sarà necessario far capire agli elettori chi saranno i suoi principali consiglieri.</p>
<p>La presidenza Bush, nel 2000, presentando una squadra di persone con grande esperienza, come il vice presidente <span style="color:#3366ff;"><strong>Dick Cheney</strong></span>, il ministro della difesa, <span style="color:#3366ff;"><strong>Donald Rumsfeld,</strong></span> il segretario di stato, <span style="color:#3366ff;"><strong>Colin Powell</strong></span>, e, il consigliere per la sicurezza nazionale, <span style="color:#3366ff;"><strong>Condoleezza Rice</strong></span>, aveva dato al paese la sensazione, secondo Chollet e Goldgeiger, che la politica estera americana era in mano ad una squadra di altissimo livello.  Anche nel 2004, quando Bush ebbe la riconferma alla presidenza, riuscì a convincere l’America che la sua squadra di governo era più affidabile di quella che i democratici avrebbero potuto presentare, e che dal 2001 l’America era più sicura.  La squadra di Bush, con tutta la sua grande esperienza, ha portato l’America nel pantano dell’Iraq nel 2003, e non ha ancora saputo tirarla fuori.</p>
<p>Pubblicato sull'<em><strong><span style="color:#ff0000;">Avanti!</span></strong></em> il 16 luglio 2008 con il titolo: "<em><strong>Politica estera, Obama e McCain in cerca di una linea</strong></em>" (sopratitolo: "<em><strong>Usa 2008/ A meno di quattro mesi dal voto per le Presidenziali, nessuno dei due candidati risulta convincente</strong></em>")</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Obama in difficoltà con i sostenitori della Clinton, e sotto torchio per l’Iraq]]></title>
<link>http://politicamericana.wordpress.com/?p=63</link>
<pubDate>Sun, 06 Jul 2008 13:00:54 +0000</pubDate>
<dc:creator>Anthony M. Quattrone, Ph.D.</dc:creator>
<guid>http://politicamericana.wordpress.com/?p=63</guid>
<description><![CDATA[Anthony M. Quattrone
E’ ancora lontana l’auspicata unità del partito democratico USA, o almeno ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Anthony M. Quattrone</p>
<p>E’ ancora lontana l’auspicata unità del partito democratico USA, o almeno quella dei sostenitori dei due principali candidati che hanno lottato per la nomination democratica durante il corso dei precedenti 17 mesi. L’incontro del 27 giugno 2008, a Unity, New Hampshire, quando la senatrice di New York, <span style="color:#3366ff;"><strong>Hillary Clinton</strong></span>, è apparsa per la prima volta in pubblico assieme al senatore dell’Illinois, <strong><span style="color:#3366ff;">Barack Obama</span></strong>, chiedendo a tutti i democratici, ed in particolare ai suoi sostenitori, di unirsi per portare un democratico alla Casa Bianca.  <!--more Leggi tutto l'articolo!--></p>
<p>Un sondaggio della <em>CNN/Opinion Research Corp</em>, pubblicato il 3 luglio 2008, rileva che solo il 54 percento dei sostenitori della Clinton è intenzionato a votare per Obama, e, che ben 43 percento dei democratici iscritti nelle liste elettorali preferisce ancora la senatrice di New York per la candidatura democratica alle presidenziali di novembre. Le notizie della CNN sono preoccupanti perché il consenso di Obama fra i sostenitori della Clinton è scivolato, in un mese, dal 60 percento dei primi di giugno al 54 percento odierno. Ancora più preoccupante è la notizia che circa un terzo degli elettori della Clinton ha dichiarato che diserteranno le urne a novembre, rispetto al 22 percento che aveva espresso quest’intenzione circa un mese fa.</p>
<p>Secondo <span style="color:#3366ff;"><strong>Bill Schneider</strong></span>, un analista politico della CNN, molti sostenitori della Clinton aspettano di sapere se Obama sceglierà la senatrice di New York come candidato alla vice presidenza. Tuttavia, se questo evento non accadrà, i sostenitori della Clinton attraverseranno prima un periodo di "depressione" e poi si rassegneranno e, secondo Schneider, finiranno per accettare l’appello della ex-first lady di sostenere in pieno Barack Obama.</p>
<p>Secondo <strong><span style="color:#3366ff;">Keating Holland</span></strong>, direttrice dei sondaggi della CNN, "per molti elettori è difficile cambiare subito la loro fedeltà nei confronti di un candidato verso un altro, cui si opponevano, e si sentono più a loro agio assumendo una posizione ‘neutrale’, almeno per un po’ di tempo". Se questa è la spiegazione del comportamento dell’elettorato della Clinton, Obama non ha nulla cui preoccuparsi, ma, secondo la Holland, se non fosse così, Obama dovrà fare a meno del sostegno di una consistente componente del partito il prossimo novembre.</p>
<p>Mentre la direzione del partito è al lavoro per unire la base elettorale democratica, Obama si deve difendere dalle accuse lanciate dallo staff del candidato repubblicano, il senatore dell’Arizona, <strong><span style="color:#3366ff;">John</span></strong> <strong><span style="color:#3366ff;">McCain,</span></strong> di aver cambiato posizione sul ritiro delle truppe americane dall’Iraq, che il candidato democratico aveva promesso, nel corso delle primarie, sarebbe avvenuto entro 16 mesi dalla sua nomina a presidente degli Stati Uniti. Per <strong><span style="color:#3366ff;">Alex Conant</span></strong>, un portavoce repubblicano, "non c’è nessuna questione su cui Barack Obama non è capace di capovolgere completamente la sua opinione per motivi di puro opportunismo politico. Il voltafaccia di Obama sul problema Iraq, che è stato un presupposto centrale della sua candidatura, dimostra che è un politico tipico", e che il suo modo di fare politica non è per niente nuovo.</p>
<p>Obama ha ripetuto, durante diverse conferenze stampa e incontri con gli elettori negli ultimi giorni, che la sua posizione sulla guerra in Iraq non è cambiata per niente, ma va raffinandosi man mano che si avvicina l’appuntamento elettorale. Ha confermato l’intenzione di ritirare le truppe da combattimento entro 16 mesi, ma si è riservato il diritto di analizzare la situazione sul campo, specialmente per evitare di mettere in pericolo quelle truppe che saranno ancora presenti in Iraq, durante il ritiro, e di mettere in pericolo la stabilità dell’Iraq. Per Obama, è necessario "essere tanto prudenti nell’uscire dall’Iraq, così come siamo stati tanto imprudenti nell’entrarci. Il mio obiettivo è di portare a conclusione questo conflitto il prima possibile".</p>
<p>Secondo Obama, è necessario avere una presenza militare nella regione capace di colpire al-Qaida se l’organizzazione terroristica tenta di creare basi in Iraq. Tuttavia, per il candidato democratico, l’interesse strategico americano sta nella lotta contro al-Qaida in Afghanistan, ed in particolare è necessario colpire le basi dell’organizzazione terroristica nel nord ovest del Pakistan. Secondo Obama, inoltre, è necessario dirottare verso l’America i dieci o dodici miliardi di dollari che gli USA spendono in Iraq ogni mese, ed è necessario ridurre la tensione creata sulle forze militari americane.</p>
<p>Pubblicato sull'<em><strong><span style="color:#ff0000;">Avanti!</span></strong></em> il 9 luglio 2008.</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[McCain a caccia del voto religioso; Obama cerca voti fra gli operai]]></title>
<link>http://politicamericana.wordpress.com/?p=36</link>
<pubDate>Sun, 29 Jun 2008 17:55:30 +0000</pubDate>
<dc:creator>Anthony M. Quattrone, Ph.D.</dc:creator>
<guid>http://politicamericana.wordpress.com/?p=36</guid>
<description><![CDATA[Anthony M. Quattrone
La competizione elettorale per la presidenza USA fra il senatore repubblicano d]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Anthony M. Quattrone</p>
<p>La competizione elettorale per la presidenza USA fra il senatore repubblicano dell’Arizona, <span style="color:#0000ff;"><strong>John McCain</strong></span>, e il senatore democratico dell’Illinois, <span style="color:#0000ff;"><strong>Barack Obama</strong></span>, è entrata nella delicata fase dove i candidati devono unire o tentare di tenere unite le proprie basi elettorali, mentre creano coalizioni miranti a superare il quorum di 270 voti elettorali necessari per arrivare alla Casa Bianca.</p>
<p>Si ricordi che l’elezione del presidente americano non avviene attraverso il voto popolare diretto, bensì attraverso un Collegio presidenziale di cui fanno parte 538 grandi elettori. In pratica, a novembre si svolgeranno 51 elezioni separate, una per ognuno dei 50 stati, più una per il Distretto di Columbia, sede della capitale, Washington. In 49 di queste competizioni, vigerà la regola del “<em>winner takes all</em>”, vale a dire, chi ottiene la maggioranza dei voti popolari, otterrà il voto di tutti i grandi elettori che rappresenteranno quello stato nelle deliberazioni del Collegio presidenziale, il quale, di fatto, eleggerà il presidente. Due stati, il Maine ed il Nebraska, fanno da eccezione, con un totale di soli 17 voti, perchè utilizzano un sistema basato sui distretti elettorali all’interno dei rispettivi stati, con una correzione per chi ottiene la maggioranza del voto popolare a livello statale.     <!--more Leggi tutto l'articolo!--></p>
<p>Il numero di grandi elettori per ogni Stato si basa sul totale della sua popolazione residente al momento dei censimenti nazionali, che si svolgono, normalmente, ogni dieci anni. La strategia elettorale dei candidati deve tenere presente, pertanto, non solo dell’importanza dei sei stati con il più alto numero di grandi elettori, come la California con 55, il Texas con 34, New York con 31, la Florida con 27, e l’Illinois e la Pennsylvania con 21 a testa, ma anche del comportamento di alcuni Stati, definiti “<em>swing states</em>” (stati che oscillano), i quali possono determinare, con esigue maggioranze di voto popolare, chi sarà il futuro presidente americano. Già nel 2004, furono solo 115 mila voti di scarto in Ohio, uno <em>swing state</em> con 20 voti, a determinare la vittoria di <span style="color:#0000ff;"><strong>George W. Bush</strong></span> contro il contendente democratico, il senatore del Massachusetts, <span style="color:#0000ff;"><strong>John Kerry</strong></span>. Con i voti dell’Ohio, Bush vinse per 286 voti elettorali a 251. Se Kerry avesse ottenuto la vittoria in Ohio, avrebbe battuto Bush per 271 a 266.</p>
<p>Secondo uno studio condotto nel 2005 dalla <em>Pew Research Center</em>, i democratici formano il 44 percento degli iscritti nelle liste elettorali, i repubblicani formano il 34 percento, mentre il centro politico, non allineato, forma il 22 percento. Entrambi candidati sono al lavoro per ricucire fratture interne ai rispettivi partiti, ed in particolare, per guadagnare la fiducia di due consistenti gruppi che non li hanno sostenuti durante le primarie, vale a dire, gli operai per Obama, che sono circa un quarto degli elettori democratici iscritti nelle liste elettorali, e la destra religiosa per McCain, che compone circa un terzo dei repubblicani iscritti nelle liste elettorali. In casa democratica, gli operai, in particolare quelli bianchi e a bassa scolarizzazione, hanno sostenuto in massa la senatrice di New York, <span style="color:#0000ff;"><strong>Hillary Clinton</strong></span>. Mentre in casa repubblicana, la destra religiosa preferiva l’ex pastore battista ed ex governatore dell’Arkansas, <span style="color:#0000ff;"><strong>Mike Huckabee</strong></span>. Obama senza l’appoggio operaio, e McCain senza quello della destra religiosa, non possono aspirare a diventare presidente.</p>
<p>La maggiore confederazione sindacale americana, l’AFL-CIO, forte dei suoi nove milioni di iscritti suddivisi in 56 sindacati, ha deciso formalmente di appoggiare Obama, così come già aveva annunciato lo scorso 21 febbraio un'altra confederazione sindacale, <em>Change to Win</em>, che rappresenta oltre sei milioni di lavoratori, suddivisi in sette potenti sindacati. La forza economica delle due confederazioni sindacali è significativa, permettendo al candidato democratico di poter contare su circa 300 milioni di dollari, e, secondo le stime sindacali, sul voto di almeno uno di ogni quattro elettori che andranno alle urne il prossimo novembre.</p>
<p>La forza del sindacato potrebbe risultare particolarmente decisiva negli stati operai, come l’Ohio, la Pennsylvania, il Michigan, il Wisconsin, ed il Minnesota, dove Obama ha incontrato difficoltà negli scontri per le primarie contro la senatrice Clinton. Secondo alcuni sondaggi, Obama è ancora osteggiato dai lavoratori bianchi a basso reddito e con bassi livelli di scolarizzazione, sia per motivi di strisciante razzismo, sia per la percezione che i suoi discorsi sembrerebbero più rivolti all’elite <em>liberal </em>americana, che ai lavoratori. L’appoggio delle organizzazioni sindacali, l’appoggio dell’ex senatore del Nord Carolina, <span style="color:#0000ff;"><strong>John Edwards</strong></span>, un beniamino delle organizzazioni sindacali, e la decisione della senatrice Clinton di scendere in campo in prima persona, come a fatto venerdì scorso durante una manifestazione assieme ad Obama nella cittadina di Unity, nel New Hampshire, potrebbero giocare un ruolo decisivo nella conquista del voto operaio per il candidato democratico.</p>
<p>Secondo un’analisi fatta dalla direzione dell’AFL-CIO, Obama ha votato a favore delle proposte di legge appoggiate dal sindacato il 98 percento delle volte, mentre McCain ha votato a favore delle posizioni sindacali solo il 16 percento delle volte. Secondo il direttore politico della AFL-CIO, <span style="color:#0000ff;"><strong>Karen Ackerman</strong></span>, “è chiaro chi dei due candidati è più vicino al movimento sindacale”. La direzione del sindacato ha programmato di presentare Obama direttamente ai lavoratori, attraverso una serie di manifestazioni specifiche, durante i prossimi mesi.</p>
<p>In casa repubblicana, McCain ha affidato a <span style="color:#0000ff;"><strong>Marlys Popma</strong></span>, un’attivista repubblicana dell’Iowa, definita una fondamentalista religiosa e socialmente conservatrice, il lavoro di avvicinamento fra il senatore e la destra religiosa. Secondo Popma, “McCain è il loro candidato, ma è necessario fare conoscere alla destra religiosa come il senatore ha votato per limitare il diritto all’aborto, a favore della lotta contro la pornografia sull’Internet, e per favorire le attività delle scuole religiose”.</p>
<p>Secondo <span style="color:#0000ff;"><strong>Philip Elliott</strong></span> dell’<em>Associated Press</em>, la strategia della campagna di McCain sarà quella di distogliere l’attenzione degli evangelici dalle posizioni controverse che il candidato repubblicano ha espresso durante la sua carriera politica su alcuni temi sociali, come l’aborto e il matrimonio gay, per focalizzarla più sul ruolo che il nuovo presidente avrà nella scelta dei giudici della Corte Costituzionale, che dovranno essere nominati durante il prossimo mandato presidenziale.</p>
<p><span style="color:#0000ff;"><strong>David Domke</strong></span>, un professore di comunicazione della Georgetown University, non è certo che la campagna elettorale di McCain è conscia che senza il voto evangelico, il senatore dell’Arizona non ha alcuna chance di arrivare alla Casa Bianca. La destra religiosa ricorda ancora alcune affermazioni fatte da McCain durante una precedente campagna per le primarie repubblicane, quando definì alcuni famosi predicatori televisivi, come <span style="color:#0000ff;"><strong>Pat Robertson</strong></span> e <span style="color:#0000ff;"><strong>Jerry Falwell</strong></span>, “agenti dell’intolleranza”. Secondo il professor Domke, citato da Elliott per l’Associated Press, “è difficile credere che McCain sia cambiato, e che abbia abbandonato la sua assoluta ostilità nei confronti della vecchia guardia della destra religiosa. Molti evangelici preferirebbero perdere a novembre piuttosto che votare per un candidato di cui non hanno fiducia – la sconfitta repubblicana, ed in particolare quella di McCain, aiuterebbe il loro movimento”.</p>
<p><span style="color:#0000ff;"><strong>Bob Heckman</strong></span>, responsabile della campagna di McCain nei confronti dei conservatori, è più ottimista, perchè sia gli elettori conservatori moderati, sia quelli della destra religiosa, alla fine dovranno scegliere fra due candidati, e sicuramente riusciranno a vedere che i valori dell’anziano senatore dell’Arizona sono più vicini ai loro, molto più di quanto lo possano essere quelli del senatore Obama.</p>
<p>Il candidato che riuscirà a ottenere il sostegno della base tradizionale del proprio partito avrà un vantaggio notevole, e potrà concentrare gli sforzi e l’attenzione per conquistare il centro non allineato e gli indecisi del partito avversario. In questo momento, Obama sembrerebbe in vantaggio su McCain, non solo nei sondaggi nazionali, ma anche per quanto riguarda l’unità del proprio partito. Ma novembre è ancora lontano, e l'importante scelta dei candidati vice presidenti non è ancora stata fatta.</p>
<p>Pubblicato sull'<strong><span style="color:#ff0000;"><em>Avanti!</em></span></strong> del 1 luglio 2008</p>
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<title><![CDATA[I sindacati americani per Obama]]></title>
<link>http://politicamericana.wordpress.com/?p=8</link>
<pubDate>Thu, 26 Jun 2008 21:25:48 +0000</pubDate>
<dc:creator>Anthony M. Quattrone, Ph.D.</dc:creator>
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<description><![CDATA[Anthony M. Quattrone
La maggiore confederazione sindacale americana, l’AFL-CIO, forte dei suoi nov]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Anthony M. Quattrone</p>
<p>La maggiore confederazione sindacale americana, l’AFL-CIO, forte dei suoi nove milioni di iscritti suddivisi in 56 sindacati, ha deciso formalmente di appoggiare la candidatura alla presidenza degli Stati Uniti del senatore democratico dell’Illinois, <span style="color:#3366ff;"><strong>Barack Obama</strong></span>.  La decisione della AFL-CIO segue quella del suo maggiore concorrente sindacale, <em>Change to Win</em>, che già lo scorso 21 febbraio annunciava la decisione di appoggiare Obama.  <em>Change to Win</em> rappresenta oltre sei milioni di lavoratori, suddivisi in sette potenti sindacati americani.  La forza economica delle due confederazioni sindacali è significativa, permettendo al senatore afro americano di poter contare su circa 300 milioni di dollari, e, secondo le stime sindacali, sul voto di almeno uno di ogni quattro elettori che andranno alle urne il prossimo novembre.  <!--more Leggi tutto l'articolo!--></p>
<p>La forza del sindacato potrebbe risultare particolarmente decisiva negli stati operai, come l’Ohio, la Pennsylvania, il Michigan, il Wisconsin, ed il Minnesota, dove Obama ha incontrato difficoltà negli scontri per le primarie contro la senatrice di New York, <span style="color:#3366ff;"><strong>Hillary Clinton</strong></span>.  Gli osservatori americani, analizzando anche i risultati di diversi exit poll, hanno messo in risalto la preferenza degli operai per la Clinton, specialmente per la sua percepita capacità di comprendere meglio i problemi che attanagliano le famiglie a basso reddito.  Secondo alcuni sondaggi, Obama è ancora osteggiato dai lavoratori bianchi a basso reddito e con bassi livelli di scolarizzazione, sia per motivi di strisciante razzismo, sia per la percezione che i suoi discorsi sembrerebbero più rivolti all’elite liberal americana, che ai lavoratori.  L’appoggio delle organizzazioni sindacali, l’appoggio dell’ex senatore del Nord Carolina, <span style="color:#3366ff;"><strong>John Edwards</strong></span>, un beniamino delle organizzazioni sindacali, e la decisione di Hillary Clinton di scendere in campo per sostenere la candidatura di Obama potrebbero giocare un ruolo decisivo nella conquista del voto operaio per il candidato democratico.</p>
<p><span style="color:#3366ff;"><strong>Jesse J. Holland</strong></span> ha riferito, in un articolo del 26 giugno 2008 per l’<em>Associated Press</em>, che nelle elezioni del 2004, le organizzazioni sindacali hanno devoluto al candidato democratico <span style="color:#3366ff;"><strong>John Kerry</strong></span>, e ai candidati democratici in gara per il Congresso, circa 54 milioni di dollari.  In quella occasione, i democratici fallirono sia nella conquista della Casa Bianca, sia in quella del Congresso.  Nel 2006, i sindacati appoggiarono la vittoriosa conquista democratica del Congresso con un contributo di 57,5 milioni di dollari ai candidati del partito.  Secondo Holland, l’impegno dei sindacati americani sarà capillare per assicurare che i lavoratori vadano a votare a novembre, e che votino per i candidati democratici a tutti i livelli, ed in particolare per la presidenza.  Nel suo articolo, Holland riporta che secondo <span style="color:#3366ff;"><strong>Gerald McEntee</strong></span>, presidente della Federazione americana dei lavoratori dei municipi, delle contee, e degli stati, il movimento sindacale si impegnerà fino in fondo per appoggiare l’elezione di Obama.  McEntee ha detto che “andremo da lavoratore a lavoratore, da vicino di casa a vicino di casa.  Siamo pronti alla mobilizzazione. Siamo pronti per un po’ di rock and roll!  Questo Paese e la nostra gente sono pronti per il cambiamento”.</p>
<p>Secondo un’analisi fatta dalla direzione dell’AFL-CIO, Obama ha votato a favore delle proposte di legge appoggiate dal sindacato il 98 percento delle volte, mentre il senatore dell’Illinois, e candidato repubblicano alle presidenziali, <span style="color:#3366ff;"><strong>John McCain</strong></span>, ha votato a favore delle posizioni sindacali solo il 16 percento delle volte.  Secondo il direttore politico della AFL-CIO, <span style="color:#3366ff;"><strong>Karen Ackerman</strong></span>, “è chiaro chi dei due candidati è più vicino al movimento sindacale”.  La direzione del sindacato ha programmato di presentare Obama direttamente ai lavoratori, attraverso una serie di manifestazioni specifiche, durante i prossimi mesi.</p>
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<title><![CDATA[Effetto Obama sul voto conservatore nero.]]></title>
<link>http://politicamericana.wordpress.com/?p=4</link>
<pubDate>Mon, 23 Jun 2008 18:05:50 +0000</pubDate>
<dc:creator>Anthony M. Quattrone, Ph.D.</dc:creator>
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<description><![CDATA[Anthony M. Quattrone
Secondo alcuni studi sulla composizione dell’elettorato americano, risulta ch]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Anthony M. Quattrone</p>
<p>Secondo alcuni studi sulla composizione dell’elettorato americano, risulta che la partecipazione al voto da parte degli elettori afro americani è aumentata fra le consultazioni presidenziali del 2000 e quelle del 2004, sia in termini di voti percentuali, sia in termini di voti popolari. Nel 2000, i neri rappresentavano il10 percento di coloro che hanno effettivamente votato, mentre nel 2004 hanno rappresentato circa il 12 percento. Nel 2000, votarono circa 10,5 milioni di neri, mentre nel 2004 il voto afro americano è salito a 14, 6 milioni, con una crescita di circa 4,1 milioni.</p>
<p>Un attento studio degli exit poll condotti dalla <em>Voter News Service</em> nel 2000, e da parte dell’<em>Edison/Mitofsky</em> nel 2004, danno alcune interessanti indicazioni, che sicuramente sono già allo studio degli strateghi elettorali del senatore democratico dell’Illinois, <span style="color:#3366ff;"><strong>Barack Obama</strong></span>, e del senatore repubblicano dell’Arizona, <span style="color:#3366ff;"><strong>John McCain</strong></span>, i due candidati alla presidenza USA del prossimo novembre.   <!--more Leggi tutto l'articolo!--></p>
<p>Nel 2004, il voto nero a favore del candidato repubblicano, <span style="color:#3366ff;"><strong>George W. Bush</strong></span>, è salito in termini percentuali rispetto al 2000, registrando un aumento di ben 3 punti, dall’8 percento del 2000 all’11 del 2004. Mentre a livello nazionale l’aumento del voto nero per Bush ha sicuramente contribuito alla sua vittoria, nello stato dell’Ohio è stato probabilmente determinante. Si ricorda che nel 2004 Bush vinse contro il candidato democratico, il senatore del Massachusetts <span style="color:#3366ff;"><strong>John Kerry</strong></span>, per 286 electoral votes a 251. I venti voti elettorali dello stato dell’Ohio andarono a Bush per soli 119 mila voti popolari (Bush ottenne circa 2.859.000 voti contro circa 2.740.000 per Kerry). In Ohio, nel 2000, solo il 9 percento della comunità nero votò per Bush, mentre nel 2004, la percentuale salì al 16 percento. Secondo alcuni studi, se Bush non avesse potuto contare sull’incremento di circa 7% degli elettori neri a suo favore in Ohio, pari a circa 45 mila voti, la differenza nel totale dei voti in quello stato avrebbero visto Bush in vantaggio su Kerry per soli 29 mila voti, a fronte di circa 150 mila voti provvisori (contestabili), che avrebbe permesso al candidato democratico di chiedere un nuovo conteggio e la verifica dei voti provvisori e, pertanto, contestabili. Nelle elezioni USA, i voti “provvisori” sono quelli che sono stati espressi da persone la cui identità non è stata accertata, o i cui nomi non appaiono sulle liste elettorali di un particolare distretto, o a causa di quale altra irregolarità. Nella consultazione elettorale del 2004, i voti provvisori furono ben 1,9 milioni a livello nazionale.</p>
<p>Ora che Obama è diventato il primo candidato afro americano alla presidenza degli Stati Uniti, gli organi d’informazione americani sondano gli umori dell’elettorato nero, cercando di capire se sarà possibile per il senatore dell’Illinois catturare anche il voto dei neri che si riconoscono nel partito repubblicano. <span style="color:#3366ff;"><strong>Frederic J. Frommer,</strong></span> dell’<em>Associated Press</em>, racconta in un articolo del 14 giugno, che diversi neri conservatori e simpatizzanti del partito repubblicano hanno dichiarato apertamente che sosterranno Obama, anche se qualcuno, come <span style="color:#3366ff;"><strong>John McWhorter</strong></span>, un collaboratore dell’istituto conservatore Manhattan e opinionista del <em>New York Sun,</em> si è lamentato per le posizioni troppo liberal del candidato democratico. Per McWhorter, “Obama e probabilmente troppo a sinistra su molti temi, ma la possibilità di poter superare la questione razziale è un fatto fondamentale per me. E’ così intelligente, e penso che sarà un presidente perfettamente competente -- pertanto sono per lui”.</p>
<p>Frommer riferisce anche la posizione di Armstrong Williams, un conduttore televisivo nero che non ha mai votato per un candidato democratico alla presidenza. Williams ammette che per la prima volta non è sicuro di votare repubblicano, anche se non gli piacciono le posizioni politiche di Obama, e racconta che “fra i conservatori neri, mi dicono privatamente, che troverebbero molto difficile votare contro di lui a novembre”. Per molti di questi repubblicani, un conflitto interiore sembra all’ordine del giorno, perché, scrive Frommer, mentre “gioiscono dall’idea che ci potrà essere un presidente nero, lottano contro l’idea che il senatore dell’Illinois è ideologicamente così distante da loro”.</p>
<p>McCain è al lavoro per arginare la perdita di voti neri o di riportarli al partito repubblicano. Frommer riferisce che il candidato repubblicano ha annunciato che parteciperà il prossimo mese al convegno annuale della NAACP (la famosa organizzazione per l’avanzamento dei diritti civili delle persone di “colore”), e che ha recentemente visitato la cittadina di Selma in Alabama, che fu al centro delle proteste decisive che si svolsero negli anni 60 per i diritti civili, ed il particolare per il diritto al voto dei neri, parlando della necessità di includere nella politica anche quegli “americani che sono stati dimenticati”.</p>
<p>Nel 2004, la grossa mobilitazione da parte di diverse organizzazioni civiche per portare gli elettori neri alle urne risultò nell’incremento del voto afro americano. Fra questi, si registrò un incremento del voto da parte di circa 1,6 milioni di giovani neri, fra i 18 e 29 anni d’età. E fu proprio fra i giovani che i repubblicani riuscirono a conquistare il 13 percento del voto nero nel 2004, contro l’8 nel 2000, registrando a livello nazionale un incremento del 5 percento, mentre fra i più anziani, quelli oltre 60 anni d’età, il voto dei neri per i repubblicani scese dall’11 percento del 2000 al 9 percento del 2004. Bush e i repubblicani riuscirono, tuttavia, a guadagnare punti anche nei due gruppi intermedi, salendo dal 7 all’11 in quello dai 30 ai 44 anni, e da 9 all’11 percento nel gruppo dai 44 ai 59, sempre nel confronto fra le presidenziali del 2000 e del 2004.</p>
<p>Diversi opinionisti e politici neri sono preoccupati, tuttavia, che un voto nero per Obama espresso su linee razziali piuttosto che su quelle politiche potrebbe innestare un razzismo al contrario, dove il candidato è giudicato positivamente per il colore della pelle, piuttosto che per le posizioni politiche e le capacità che esprime. <strong><span style="color:#3366ff;">Joseph C. Phillips</span></strong>, un attore e scrittore afro americano conservatore, è affascinato da Obama, ma trova ironico che si potrebbe finire per votare per Obama per motivi razziali. Phillips afferma che “non dobbiamo giudicarlo in base alla sua razza, ma in base al suo gradimento in quanto candidato politico”.</p>
<p>Pubblicato il 16 giugno 2008 su <a href="http://www.agenziaradicale.com/index.php?option=com_content&#38;task=view&#38;id=5070&#38;Itemid=54" target="_blank">Agenzia Radicale </a></p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Mai rai ca Billary]]></title>
<link>http://anutza.wordpress.com/?p=174</link>
<pubDate>Sun, 22 Jun 2008 18:17:25 +0000</pubDate>
<dc:creator>Ana Maria</dc:creator>
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<description><![CDATA[
   Ecusonul asta se vindea zilele trecute, la conventia Republicanilor din Texas.
Pina una-alta, ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://anutza.files.wordpress.com/2008/06/gop.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-176" src="http://anutza.wordpress.com/files/2008/06/gop.jpg" alt="" width="278" height="240" /></a></p>
<p>   Ecusonul asta se vindea zilele trecute, la conventia Republicanilor din Texas.</p>
<p>Pina una-alta, un sondaj national facut de Newsweek arata ca Obama s-a detasat simtitor de McCain. La momentul relatarii, scorul era 51% Obama, 36% McCain. Take that, grandpa!</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Obama in vantaggio su McCain, mentre continua la selezione dei vice.]]></title>
<link>http://politicamericana.wordpress.com/?p=13</link>
<pubDate>Fri, 13 Jun 2008 17:14:38 +0000</pubDate>
<dc:creator>Anthony M. Quattrone, Ph.D.</dc:creator>
<guid>http://politicamericana.wordpress.com/?p=13</guid>
<description><![CDATA[ANTHONY M. QUATTRONE
I sondaggi USA confermano che, a partire dal 3 giugno, la data in cui Barack Ob]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>ANTHONY M. QUATTRONE</p>
<p>I sondaggi USA confermano che, a partire dal 3 giugno, la data in cui Barack Obama ha conquistato la nomination democratica, si è delineato una leggera forbice a suo favore nei confronti del candidato repubblicano, John McCain.</p>
<p>Le rilevazioni della Gallup indicavano Obama e McCain pari con il 46 percento il primo giugno, con quest’ultimo che ha gradatamente perso punti, attestandosi al 42 percento il 10 giungo, contro un guadagno di 2 punti per Obama.  Ora Obama conduce, secondo la Gallup, per 48 a 42 percento.  Anche un sondaggio prodotto per il Wall Street Journal e la rete televisiva NBC indica un distacco di 6 punti percentuali, con Obama al 47 percento contro McCain al 41.</p>
<p>Un sondaggio della Rasmussen misura il gradimento degli elettori nei confronti dei due candidati.  McCain registra il gradimento del 54 percento degli elettori, contro il 43 a sfavore.  Obama registra il gradimento del 59 percento, contro il 40 a sfavore.  <!--more Leggi tutto l'articolo!--></p>
<p>Gli strateghi democratici e repubblicani sono ora al lavoro per la scelta del candidato vice presidente da accoppiare ai rispettivi candidati presidenti.  La procedura decisionale normalmente prende in considerazione almeno tre fattori principali. Il primo è la necessità di scegliere un vice con qualifiche e competenze che completano quelle del candidato presidente, colmando apparenti debolezze.  Nel caso di Obama, la scelta di un vice con grande esperienza in politica estera o nella difesa potrebbe ridurre notevolmente preoccupazioni sulla sua apparente inesperienza in entrambi i campi.  Nel caso di McCain, la scelta di un vice legato alla destra religiosa potrebbe placare gli animi dei conservatori per quanto riguarda alcune posizioni espresse dal senatore dell’Arizona su temi inerenti ai valori cristiani.</p>
<p>Il secondo fattore è legato alla necessità di scegliere un vice che bilanci, da un punto di vista geografico, il candidato presidenziale, cercando di abbinare un rappresentante dell’America rurale con uno dell’America urbana, uno della Heartland (del cuore dell’America) con uno della costa, oppure uno del nord con uno del sud.  Sia Obama, sia McCain hanno bisogno di trovare candidati che possono attirare i voti rurali e della Heartland.</p>
<p>Il terzo fattore è legato alla necessità di usare in modo vantaggioso la forza elettorale degli avversari di partito sconfitti durante le primarie.  Obama potrebbe avere un vantaggio significativo scegliendo la senatrice di New York, Hillary Clinton, così come lo avrebbe McCain scegliendo l’ex governatore del Massachusetts, Mitt Romney, o l’ex governatore dell’Arkansas, il pastore Mike Huckabee.</p>
<p>Secondo gli osservatori d’oltreoceano, Obama sta prendendo in considerazione, oltre alla ovvia potenziale candidatura della Clinton, anche quelle di generali in pensione, come l’ex comandante della NATO, Wesley Clark, e diversi parlamentari con grosse credenziali per quanto riguarda la politica estera, come il senatore del Delaware, Joe Biden, o il senatore della Virginia Jim Webb, il quale ha ricoperto l’incarico di segretario della marina militare nel governo del presidente repubblicano Ronald Reagan.  La squadra di Obama guarda con interesse anche diverse donne come il governatore del Kansas, Kathleen Sebelius, il governatore dell’Arizona, Janet Napolitano, e la senatrice del Missouri, Claire McCaskill.</p>
<p>In campo repubblicano, McCain sta prendendo in considerazione, oltre a Romney e Huckabee, anche il deputato dell’Ohio, Rob Portman, il governatore del Minnesota, Tim Pawlenty, il senatore del Sud Dakota, John Thune, e l’indipendente democratico Joe Lieberman, senatore del Connecticut.  Quest’ultimo è stato il candidato vice presidente di Al Gore nelle elezioni del 2000, vinte dall’attuale presidente repubblicano, George W. Bush.</p>
<p>Mentre gli schieramenti continuano la ricerca del candidato vice presidente, le strategie della comunicazione si vanno delineando, con McCain che tenta di utilizzare strumenti indirizzati agli elettori più giovani e moderni, come l’Internet, e Obama che tenta di utilizzare una terminologia più da comandante in capo e da falco in politica estera, nel tentativo di rassicurare gli elettori più attenti alle questioni relative alla sicurezza nazionale.</p>
<p>Durante le prime settimane dell’estate si prevede che le bordate dei due schieramenti contro i candidati presidenti avversari si andranno ad intensificare, sfruttando apparenti debolezze, ed in particolare qualsiasi contraddizione rilevata nelle affermazioni fatte dai candidati presidenti durante le primarie.  Obama già rimpiange di aver dichiarato, durante uno dei dibattiti delle primarie, che incontrerebbe, senza porre condizioni, i presidenti di Iran, Siria, Nord Corea, e Venezuela, durante il suo primo anno di presidenza.  McCain sta facendo un percorso ad ostacoli per dimostrare alla destra religiosa che non è veramente a favore della ricerca sulle cellule staminali, e ai conservatori che era contrario alla riduzione delle tasse proposta dal presidente Bush solo perchè non le considerava sufficienti.  Sia Obama, sia McCain avranno un bel da fare nel “rettificare” e chiarire le proprie posizioni, mirando a conquistare gli indecisi e i non allineati, senza perdere il sostegno della base elettorale dei rispettivi partiti.</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[La sesta e l'ultima: Bush a Roma]]></title>
<link>http://cacheonline.wordpress.com/?p=10</link>
<pubDate>Thu, 12 Jun 2008 10:21:07 +0000</pubDate>
<dc:creator>cacheteam</dc:creator>
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<description><![CDATA[
ROMA - George W. Bush arriva a Roma per la sesta volta da quando è presidente e porta a Silvio Ber]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="float:left;" src="http://richardsantoro.files.wordpress.com/2008/03/bush.jpeg" alt="" width="340" height="450" /></p>
<p style="text-align:left;"><strong>ROMA</strong> - George W. Bush arriva a Roma per la sesta volta da quando è presidente e porta a Silvio Berlusconi una richiesta e una delusione: chiede un maggiore impegno in Afghanistan ma gela le aspettative che l'Italia possa entrare nel gruppo che negozia con l'Iran il dossier nucleare.</p>
<p style="text-align:left;">Da giorni crescono le voci e le speranze per un maggior coinvolgimento del nostro Paese nella trattativa con Teheran, portata avanti dal gruppo chiamato "5+1" che comprende i membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'Onu a cui si è aggiunta la Germania. Gli Stati Uniti hanno più volte sottolineato di appoggiare la richiesta italiana per un ingresso nell'organismo e avevano promesso di perorare la nostra causa presso la cancelliera tedesca Angela Merkel, contraria ad un ampliamento del gruppo, tanto che ieri il ministro degli Esteri Frattini si diceva ottimista. Si è pensato che potesse essere un riconoscimento alla disponibilità del governo Berlusconi ad un maggior coinvolgimento in Afghanistan e Iraq. Ieri sera però, a bordo dell'Air Force One, nel volo che portava Bush a Roma, la numero due del consiglio della sicurezza nazionale, Judy Ansley, ha prima detto di non avere riscontri che il tema fosse stato affrontato nei colloqui in Germania per poi aggiungere: "Non so quanto sia realistico che l'Italia entri a far parte del gruppo".</p>
<p style="text-align:left;">"Chiaramente l'Italia - ha sottolineato la Ansley - vuole far parte dell'organismo, esiste una richiesta in tal senso fatta da molto tempo, anche dal governo precedente, e mi aspetto che la cosa venga discussa a Roma. Ma la Germania ha detto pubblicamente che desidera tenere la composizione del 5+1 così come è oggi. Gli italiani sono stati ovviamente inclusi in consultazioni collegate alla vicenda. Ma per quanto riguarda il far parte del gruppo, non so quanto sia realistico".</p>
<p style="text-align:left;">L'altro tema di discussione sarà l'Afghanistan. Qui la Casa Bianca sottolinea come "sia gli Stati Uniti, sia la Nato abbiano richiesto a tutti i Paesi che fanno parte della coalizione di aumentare i loro sforzi". "Sarà interessante ascoltare - ha spiegato l'assistente di Bush - quali saranno le idee di Berlusconi sul contributo italiano in Afghanistan. Ovviamente speriamo che vi sia un aumento dell'impegno, pensiamo che il governo italiano sia disposto a fare di più, non sappiamo se in termini di truppe o di assistenza o altro". La Casa Bianca ha sottolineato che molti Paesi dopo il vertice Nato di Bucarest hanno già dato un contributo più consistente.</p>
<p style="text-align:left;">Ma al centro dei pensieri di Bush, dei suoi ultimi mesi di presidenza e del viaggio europeo, sembra esserci un solo vero tema: l'Iran. Ieri il presidente americano ha duellato a distanza con il leader iraniano Mahmud Ahmadinejad e ha ribadito che tutte le opzioni, inclusa quella militare, sono ancora sul tavolo. Ma il presidente iraniano ha sfidato Bush: "Il suo tempo è finito, non è in grado di darci nemmeno un pizzicotto e non sarà in grado di prendere nemmeno un centimetro della sacra terra dell'Iran". Ahmadinejad, durante un comizio, ha raccontato che quando le truppe americane hanno invaso l'Afghanistan e l'Iraq l'intenzione era di accerchiare l'Iran per poi attaccarlo: "Fin dall'inizio eravamo il loro obiettivo. Ho informazioni precise su un incontro avuto da Bush con i suoi generali durante la sua visita nella regione (nel gennaio scorso). Lui voleva convincerli ad attaccarci, ma loro gli hanno presentato un quadro della situazione che lo ha spaventato a tal punto che poi è scappato in Australia e per due giorni non è riuscito a parlare bene. Ora - ha concluso Ahmadinejad - è tornato a pensarci, ma gli assicuro che non potrà realizzare i suoi sogni".</p>
<p style="text-align:left;">Bush alla fine della sua visita in Germania ha detto che la diplomazia "resta la prima scelta" per risolvere il problema del nucleare iraniano ma ha ripetuto "che tutte le opzioni restano aperte: se scelgono di continuare ad essere ostinati ci saranno nuove sanzioni". E la cancelliera Merkel ha spiegato che per fare ulteriori pressioni sull'Iran si agirà colpendo gli interessi finanziari e le banche iraniane in Europa.</p>
<p style="text-align:left;">Nel suo viaggio d'addio all'Europa il presidente americano ha cominciato anche a tirare le somme sulla sua presidenza e a discutere la sua eredità. Ieri ha sottolineato che non esistono piani per basi Usa permanenti in Iraq e ha raccontato di non avere ripensamenti sull'invasione, "perché era la decisione giusta", ma di rimpiangere piuttosto il tono usato per spiegarne le ragioni, tono che ha fatto sì che venisse "frainteso". "Col senno di poi - ha spiegato - avrei potuto usare un tono differente, un atteggiamento diverso. L'uso di frasi come "fatevi sotto" o "lo prenderemo vivo o morto" parlando di lotta al terrorismo o di Saddam Hussein hanno dato alla gente l'idea che io non fossi una persona che vuole la pace ma una persona ansiosa di fare la guerra.</p>
<p style="text-align:left;"><em>Fonte: La Repubblica (Articolo di Mario Calabresi)</em></p>
<p><em>Foto: http://richardsantoro.files.wordpress.com/2008/03/bush.jpeg</em></p>
]]></content:encoded>
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<title><![CDATA[Hillary Clinton abbandona e sostiene Barack Obama.]]></title>
<link>http://politicamericana.wordpress.com/?p=15</link>
<pubDate>Sun, 08 Jun 2008 17:40:07 +0000</pubDate>
<dc:creator>Anthony M. Quattrone, Ph.D.</dc:creator>
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<description><![CDATA[Clinton elogiata dalle commentatrici e opinioniste americane.
Anthony M. Quattrone
La senatrice di N]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Clinton elogiata dalle commentatrici e opinioniste americane.</span></strong></p>
<p>Anthony M. Quattrone</p>
<p>La senatrice di New York, Hillary Clinton, ha annunciato sabato 7 giugno, in un discorso presso il National Building Museum a Washington, D.C., l’abbandono della corsa per la nomina democratica per le presidenziali USA e il suo “inequivocabile e totale sostegno per il senatore dell’Illinois, Barack Obama,” nella sfida contro il candidato repubblicano, il senatore dell’Arizona, John McCain.  Il presidente Bill Clinton e la figlia Chelsea erano presenti affianco alla ex first lady durante il discorso, tenuto di fronte a migliaia di sostenitori.</p>
<p>Nel suo discorso, la Clinton ha elogiato pubblicamente Obama, affermando che “se vogliamo realizzare la copertura sanitaria universale, rialzare il prestigio dell’America nel mondo, e migliorare la condizione degli americani, dobbiamo assicurarci che Obama sia il prossimo residente degli Stati Uniti”.  <!--more Leggi tutto l'articolo!--></p>
<p>Dopo una riunione segreta tenuta giovedì sera fra Obama e la Clinton, presso l’appartamento della senatrice californiana Dianne Feinstein, sembrerebbe che la Clinton avesse deciso non solo di sostenere in pieno Obama per le presidenziali, ma di impegnarsi in prima persona anche per la raccolta fondi.  Sembra che Obama abbia promesso di aiutare l’ex first lady nel pagare quasi 30 milioni di dollari di debiti accumulati dalla sua campagna.  E così, durante il suo discorso la Clinton ha esortato i suoi sostenitori ad unirsi a lei nel sostenere fino in fondo la candidatura di Obama.</p>
<p>Mentre i vertici democratici, assieme ad Obama e i suoi consiglieri, sono già al lavoro per unire sia il partito, sia la sua variegata base elettorale, gli editorialisti e commentatori dei maggiori giornali USA rendono l’onore delle armi alla ex first lady, mettendo in risalto il ruolo positivo che ha avuto non solo nell’affermare la posizione delle donne nella politica americana, ma anche per quello che ha fatto per ridare alla politica una nuova vitalità.</p>
<p>Marie Wilson, presidentessa della White House Project, un’organizzazione non partigiana e non a scopo di lucro, che mira all’avanzamento della leadership femminile, ha scritto sul Washington Post del 7 giugno che ha incontrato, durante gli ultimi mesi, centinaia di donne che fanno parte della “prossima generazione di leader femminili – donne di tutte le età e di diverse idee, che stanno cercando i mezzi ed l’incoraggiamento per occupare posizioni di leadership nelle loro comunità, donne di tutte le parti politiche, che ringraziano Hillary Clinton per aver fatto apparire possibile quello che sembrava impossibile”.  Secondo la Wilson, la lotta per aumentare il numero delle donne nei ruoli di leadership “non finisce con la campagna di Hillary Clinton.  La candidatura Clinton ha aiutato a mettere in traiettoria una massa critica di donne diverse e ben equipaggiate, cambiando tutto sul futuro della leadership in questo paese.  E’ un’eredità di cui lei e il nostro paese devono essere fieri”.  A conferma dell’importanza della candidatura della ex first lady, Marie Wilson cita le donne in posizioni di leadership che le hanno detto “sono qui per merito della Clinton”.</p>
<p>Gail Collins, editorialista del New York Times, ha scritto sul giornale del 7 giugno, che “alla fine delle primarie e caucus, Hillary ha fatto apparire normale che una donna gareggiasse per diventare presidente”.  Per l’editorialista del Times, anche se la “campagna della Clinton non è riuscita a risolvere il dilemma se una donna è abbastanza ‘dura’ per fungere da comandante in capo delle forze armate, ha sicuramente aperto la strada a tale possibilità”.  Collins mette in risalto che da ora in poi “nessuno metterà più in dubbio se è possibile per una donna gareggiare al pari contro anche il più duro dei candidati maschi per la presidenza degli Stati Uniti”.</p>
<p>Per Meghan Daum del Los Angeles Times, dopo tutto quello che la Clinton ha dovuto fare e quello che ha subito durante la campagna elettorale,  “alla fine, forse non diventerà mai presidente, ma probabilmente sarà ricordata come una figura storica più importante di tanti presidenti, perchè avrà inciso più profondamente nella coscienza collettiva”.</p>
<p>Dal discorso della Clinton si evince che sarà importante capire quale sarà il ruolo ufficiale e reale che la senatrice di New York assumerà nella battaglia che Obama dovrà affrontare contro McCain.  Se il partito democratico riuscisse a canalizzare la forza della Clinton, con circa 18 milioni di elettori che hanno votato per lei durante le primarie e le forze sociali che rappresenta, Obama potrebbe trovarsi con il più formidabile degli alleati, coadiuvato anche dall’ex presidente Bill Clinton, la cui esperienza e il suo successo in politica estera potrebbe essere essenziali per colmare un’apparente debolezza del senatore afro americano nei confronti con il più navigato McCain.</p>
<p>Se la Clinton fosse elogiata, ringraziata, e riconosciuta solo ufficialmente, ma poi umiliata e alienata nei fatti, allora Obama potrebbe trovarsi di fronte non solo McCain e i repubblicani sulla strada verso la Casa Bianca, ma anche la macchina politica dei Clinton e dei loro sostenitori, i quali potrebbero sperare in una disfatta di Obama nel 2008, per ripresentare Hillary nel 2012.  Il presidente del partito democratico, l’ex governatore del Vermont, Howard Dean, così come la presidentessa della Camera, Nancy Pelosi, lavorano già da diverso tempo per ricucire l’unità del partito, che, secondo molti osservatori, passa necessariamente dal ruolo futuro che Obama e la direzione del partito vorranno dare alla Clinton.</p>
<p>Dal discorso della Clinton, tuttavia, non è emerso alcuna indicazione su quali potrebbero essere gli accordi che lei e Obama hanno raggiunto a riguardo del suo futuro.  Non è ancora chiaro quale sarà il ruolo di Hillary, e quello dell’ex presidente Bill Clinton, sia nella campagna presidenziale, sia nella futura amministrazione democratica, sempre se i democratici riusciranno a vincere a novembre.</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.agenziaradicale.com" target="_blank">Agenzia Radicale</a> l'8 giugno 2008</p>
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<title><![CDATA[Obama vince la nomination democratica]]></title>
<link>http://politicamericana.wordpress.com/?p=16</link>
<pubDate>Wed, 04 Jun 2008 22:47:55 +0000</pubDate>
<dc:creator>Anthony M. Quattrone, Ph.D.</dc:creator>
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<description><![CDATA[Anthony M. Quattrone
Il senatore dell’Illinois, Barack Obama, ha raggiunto, martedì 3 giugno, la ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Anthony M. Quattrone</p>
<p>Il senatore dell’Illinois, Barack Obama, ha raggiunto, martedì 3 giugno, la quota necessaria di delegati per diventare il candidato democratico da opporre il prossimo novembre a quello repubblicano, il senatore dell’Arizona, John McCain, per le presidenziali USA.  Obama ha superato quota 2.118 quando, dopo le primarie che si sono svolte in Montana e nel Sud Dakota ieri, ha raccolto il consenso di numerosi super delegati che non si erano ancora espressi.  Nelle consultazioni di martedì, Obama ha vinto in Montana, mentre la senatrice di New York, Hillary Clinton, ha vinto nel Sud Dakota.  Dei 31 delegati in palio, per il momento ne sono stati assegnati 14 ad Obama e 13 alla Clinton.  Con le primarie in questi due stati si sono concluse le primarie iniziata il 3 gennaio in Iowa.  <!--more Leggi tutto l'articolo!--></p>
<p>Nel discorso che Obama ha tenuto martedì sera, a St. Paul, Minnessota, ha affermato che “questo è il nostro momento – è il momento per svoltare la pagina delle politiche del passato” .  Obama si è complimentato con la Clinton per la vittoria nel Sud Dakota, elogiandola per la “forza, il coraggio, e la determinatezza con cui porta avanti le cause in cui crede”.</p>
<p>Già durante il fine settimana appena trascorso, l’ultimo della stagione delle primarie democratiche, l’intensità delle manovre all’interno al partito democratico avevano messo in secondo piano lo scontro elettorale di domenica a Portorico, dove, come ampiamente previsto, l’ex first lady ha battuto il senatore afro americano.  Molti segnali facevano intravedere che si stava ormai arrivando alla conclusione della partita, e che la vittoria di Obama stava prendendo forma.</p>
<p>Fino a venerdì scorso, la quota da raggiungere per ottenere la nomination democratica era di 2.025.  Tuttavia, dopo il compromesso su Florida e Michigan, la nuova quota è diventata 2.118.  Pertanto, dopo le consultazioni di martedì, e le dichiarazioni di voto di decine di super delegati, Obama ha raggiunto quota 2.156,5, fra delegati e superdelegati, contro i 1.925,5 per la Clinton.  Adesso, mentre si aspetta una dichiarazione ufficiale da parte della ex first lady, nella quale dovrebbe concedere la vittoria all’avversario, alla direzione democratica non resta che lavorare per unire il partito attorno ad Obama, cercando di trovare un ruolo importante per la Clinton, anche per evitare di alienare i suoi numerosi sostenitori.  E così si parla di nuovo di un ticket Obama presidente, con Clinton vice.</p>
<p>Pubblicato il 4 giugno 2008 su <a href="http://www.agenziaradicale.com" target="_blank">Agenzia Radicale</a>.</p>
]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Primarie USA: Obama vede il traguardo]]></title>
<link>http://politicamericana.wordpress.com/?p=17</link>
<pubDate>Tue, 03 Jun 2008 14:01:48 +0000</pubDate>
<dc:creator>Anthony M. Quattrone, Ph.D.</dc:creator>
<guid>http://politicamericana.wordpress.com/?p=17</guid>
<description><![CDATA[Portorico alla Clinton. Compromesso su Michigan e Florida. Obama in dirittura d’arrivo.
Anthony M.]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color:#3366ff;"><strong><span style="text-decoration:underline;">Portorico alla Clinton. Compromesso su Michigan e Florida. Obama in dirittura d’arrivo.</span></strong></span></p>
<p>Anthony M. Quattrone</p>
<p>Il fine settimana appena trascorso, l’ultimo della stagione delle primarie democratiche USA, è stato particolarmente intenso sul fronte delle manovre interne al partito, mettendo in secondo piano lo scontro elettorale che si è svolto domenica in Portorico, dove, come ampiamente previsto, la senatrice di New York, <span style="color:#3366ff;"><strong>Hillary Clinton</strong></span>, ha battuto il senatore dell’Illinois, <strong><span style="color:#3366ff;">Barack Obama</span></strong>.</p>
<p>Sabato, 31 maggio, la direzione democratica ha riunito il “<em>Rules and Bylaws Committee</em>”, il comitato composto di 27 votanti, responsabile per le regole e le norme del partito, per valutare la richiesta fatta sia dalla campagna elettorale della Clinton, sia dai rappresentanti dei partiti democratici statali della Florida e del Michigan, di contare anche i voti popolari e i delegati espressi dai due stati nei risultati finali delle primarie democratiche.  <!--more Leggi tutto l'articolo!--></p>
<p>Si ricorderà che Florida e Michigan sono stati puniti dalla direzione del partito per aver anticipato le rispettive primarie a date precedenti al 5 febbraio, in violazione a quanto stabilito dal partito.  Quando il Michigan ha condotto le sue primarie il 15 gennaio, e la Florida il 29 gennaio, i partiti democratici di entrambi gli stati erano consapevoli che le loro consultazioni non avrebbero avuto alcun effetto né in termini di voto popolare, né in termini di delegati da mandare alla Convention democratica del prossimo agosto a Denver.  Nessuno dei candidati democratici, fra quelli che erano ancora in gara in quel momento, partecipò alla campagna elettorale nei due stati, e, mentre in Florida sulle schede elettorali comparivano i nomi di tutti i candidati in gara, nel caso del Michigan, sulle schede usate per le votazioni, non c’erano i nomi di tutti i candidati, ed in particolare, mentre c’era il nome della Clinton, mancava quello di Obama.</p>
<p>In Florida, l’ex first lady ottenne quasi il 50 percento del voto popolare, contro il 33 per Obama, e il 14 per l’ex senatore del Nord Carolina, <span style="color:#3366ff;"><strong>John Edwards</strong></span>, che oggi è un sostenitore di Obama.  In Michigan, la Clinton ottenne il 55 percento del voto popolare, mentre il 45 votò “non impegnato”.</p>
<p>Il comitato regole e norme ha raggiunto un compromesso che permetterà a tutti i delegati di entrambi gli stati di partecipare alla convention di Denver, ma con mezzo voto a testa.  Il comitato ha deciso all’unanimità di assegnare 52,5 delegati della Florida alla Clinton, 34,5 ad Obama, e 5,5 a Edwards.</p>
<p>Nel caso del Michigan, il comitato è risultato spaccato, votando per 18 a 9 su come ripartire i delegati, assegnando 34,5 alla Clinton, e 29,5 ad Obama.  Questa decisione ha fatto gridare allo scandalo <span style="color:#3366ff;"><strong>Harold Ickes</strong></span>, un consigliere della Clinton, il quale accusa il comitato regole e norme, di cui fa parte, di aver dirottato quattro delegati dall’ex first lady ad Obama, dichiarando che si riservava di consigliare alla Clinton di presentare appello contro questa decisione direttamente alla Convention di Denver.  Fra i 18 membri del comitato che hanno votato a favore del compromesso sui delegati del Michigan, cinque sono sostenitori della senatrice di New York.</p>
<p>Il compromesso che il comitato regole e norme ha raggiunto soddisfa parzialmente le differenti parti in causa.  Da un lato, la direzione del partito ha la necessità di ribadire che nessuno stato può cambiare le date delle primarie in violazione delle decisioni prese in ambito nazionale, senza subire penali.  Dall’altro lato, la direzione vuole evitare di alienare gli elettori di due stati che potrebbero rivelarsi fondamentali nelle prossime elezioni.  La Florida, in particolare, è stata già al centro di diverse elezioni nazionali, come nel 2000 quando per una manciata di voti, George W. Bush, riuscì a battere il candidato democratico <span style="color:#3366ff;"><strong>Al Gore</strong></span> in quello stato, vincendo così anche le elezioni nazionali.</p>
<p>I partiti democratici dei due stati si possono ritenere soddisfatti perchè sono riusciti a ribaltare una decisione che li penalizzava totalmente, e potranno così partecipare alla Convention di Denver, con le delegazioni al completo, anche se con il potere di voto dimezzato.  La Clinton potrà raccontare di essersi battuta per far contare i voti degli elettori democratici della Florida e del Michigan.  Obama è riuscito a tenersi da un lato fuori della polemica, e, dall’altro, ha ridotto a solo 16 il recupero della Clinton nel conteggio dei delegati, un numero irrisorio considerando l’attuale distacco.</p>
<p>Il giorno dopo il compromesso raggiunto su Florida e Michigan, si sono svolte le primarie a Portorico, le quali si sono concluse con la prevista vittoria della Clinton, cui è andato il 67 percento del voto popolare, contro il 33 per Obama.  Dei 55 delegati in palio, la Clinton ha conquistato 38, contro 17 per Obama.</p>
<p>Fino a venerdì scorso, la quota da raggiungere per ottenere la nomina a candidato democratico da opporre al repubblicano <span style="color:#3366ff;"><strong>John McCain</strong></span>, il senatore dell’Arizona, era di 2.025.  Tuttavia, dopo il compromesso su Florida e Michigan, la nuova quota da raggiungere è di 2.118.  Pertanto, dopo le consultazioni a Portorico e la divisione dei delegati del Michigan e della Florida, con 87 per la Clinton e 63 per Obama, la nuova situazione vede Obama in testa con un totale di 2.068 fra delegati e superdelegati, contro 1.914 per la Clinton.  Secondo i nuovi calcoli, ad Obama mancherebbero per la nomination solo 50 delegati, che mirerebbe a racimolare non solo fra i 31 in palio martedì in Sud Dakota e nel Montana, ma necessariamente anche fra i 170 superdelegati che non si sono ancora espressi.</p>
<p>Pubblicato il 3 giugno 2008 su <a href="http://www.agenziaradicale.com" target="_blank">Agenzia Radicale.</a></p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Le coalizioni elettorali nelle campagne presidenziali USA]]></title>
<link>http://politicamericana.wordpress.com/?p=7</link>
<pubDate>Sun, 25 May 2008 20:52:40 +0000</pubDate>
<dc:creator>Anthony M. Quattrone, Ph.D.</dc:creator>
<guid>http://politicamericana.wordpress.com/?p=7</guid>
<description><![CDATA[Anthony M. Quattrone
L’evoluzione del sistema elettorale italiano da un sistema composto di tanti ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Anthony M. Quattrone</p>
<p>L’evoluzione del sistema elettorale italiano da un sistema composto di tanti partiti, al sistema bipolare degli ultimi anni, che oggi sembrerebbe tendere verso il bipartitismo, ha dato agli elettori italiani la possibilità di abituarsi fin dal dopoguerra al concetto di coalizione politica costruita su accordi elettorali, in genere fra le dirigenze dei diversi partiti.  Nella realtà americana la situazione è diversa, principalmente perché, da oltre due cent’anni, vige un bipartitismo che lascia poco spazio alla possibilità che altri partiti possano radicarsi o anche riuscire a partecipare alle consultazioni nazionali.  Il concetto di coalizione in America non è, pertanto, legato ai partiti e all’ideologia che questi possono rappresentare, bensì ad altri fattori legati più all’antropologia culturale, agli interessi economici, la sociologia, la demografia, e la stessa geografia del paese.  Per comprendere meglio quanto sta accadendo durante le attuali primarie americane, e quello che succederà nei mesi che precedono le presidenziali del prossimo novembre, è utile comprendere la composizione delle basi elettorali dei due principali partiti, il repubblicano ed il democratico, non tralasciando l’analisi della composizione della gran massa d’elettori che non s’identificano nei due partiti.  <!--more Leggi tutto l'articolo!--></p>
<p>Secondo uno studio condotto nel 2005 dalla Pew Research Center, i democratici formano il 44 percento degli iscritti nelle liste elettorali, mentre i repubblicani formano il 34 percento, e il centro politico, non allineato, forma il 22 percento.  La vittoria di George W. Bush nelle presidenziali del 2004 è da attribuire, secondo questo studio, all’abilità che ebbero i repubblicani nell’attrarre non solo il voto delle tre componenti principali del proprio partito, ma anche il voto di due delle tre componenti che formano il centro.</p>
<p>Se il senatore dell’Illinois, Barack Obama, riuscirà ad agguantare la nomination democratica per le elezioni USA del prossimo novembre, dovrà riuscire non solo ad unire il partito, ma dovrà anche tentare di costruire un’ampia alleanza che miri a conquistare sia quei gruppi che compongono la tradizionale base elettorale democratica, sia quelli che formano il centro politico, che non si identifica né con i repubblicani, né con i democratici, e sono chiamati “swing voters” (gli elettori che oscillano) dai commentatori d’oltreoceano.  La senatrice di New York, Hillary Clinton, si vantava, fino a qualche mese fa, di essere più eleggibile di qualsiasi altro candidato democratico proprio perché, durante gli ultimi anni, aveva fatto particolare attenzione ad allargare la sua base elettorale, includendo non solo quegli elettori di fede democratica, ma anche molti elementi del centro politico.</p>
<p>Il senatore dell’Arizona, John McCain, il candidato repubblicano in pectore, è già all’opera da diversi mesi nel tentare di unire la base repubblicana, curando particolarmente la destra religiosa che sosteneva l’ex governatore dell’Arkansas, Mike Huckabee, e che lo guarda con sospetto per alcune sue posizioni “aperte” sui temi sociali, mentre tenta, contemporaneamente, di mandare segnali moderati verso gli “swing voters” del centro, rassicurandoli, però, sul tema della sicurezza nazionale.</p>
<p>Analizziamo ora le basi dei tre raggruppamenti, il repubblicano, il democratico, e il centro non allineato.</p>
<p>I repubblicani, secondo lo studio della Pew Research Center, si suddividono in tre gruppi: gli “intraprendenti” (l’11% degli iscritti alle liste elettorali), i conservatori sociali (13%), ed i conservatori statalisti (10%).  Gli intraprendenti sono molto patriottici, fortemente a favore dell’impresa privata, si oppongono ai programmi di welfare, e appoggiano iniziative muscolose in politica estera.  Questo gruppo è formato in larga misura da bianchi, ben istruiti, e benestanti, e oltre tre quarti di questi sono maschi.  I conservatori sociali sono in linea con molte delle idee espresse dagli intraprendenti, ma sono critici nei confronti delle grandi aziende, favoriscono alcuni interventi dello stato per proteggere il bene comune e l’ambiente, e sono preoccupati sul crescente numero di immigranti in America.  Questo gruppo è formato in larga misura da cristiani evangelici bianchi, e oltre la metà vive nel sud.  I conservatori statalisti sono, in genere, conservatori sociali e religiosi, ma favoriscono l’intervento diretto dello stato sia nell’economia, sia nei programmi a favore dei poveri.  Questo gruppo è in larga parte composta di donne, è concentrato nel sud, è in difficoltà economica, ma crede che attraverso l’iniziativa privata o individuale è possibile progredire.  Nel 2004, tuttavia, questo gruppo è quello che ha partecipato di meno nelle consultazioni presidenziali.</p>
<p>I democratici, come i repubblicani, si dividono in tre gruppi: i liberal (il 19% degli iscritti alle liste elettorali), i democratici svantaggiati (10%), ed i democratici conservatori (15%).  I liberal appoggiano le politiche governative a favore dei poveri e le politiche a tutela dell’ambiente, mentre sono contrari alla politica estera basata sulla forza.  Questo gruppo è formato da benestanti, ben istruiti, con posizioni progressiste e laiche sui temi sociali, come la difesa della libertà di espressione e dell’aborto.  I democratici svantaggiati includono molti elettori che fanno parte di minoranze etniche e sono, di solito, meno stabili finanziariamente.  Questo gruppo è composto, in larga parte, da persone con bassi livelli di istruzione, donne, poveri, che sono molto pessimisti sulle opportunità di miglioramenti sia sociali sia economici.  Queste persone hanno poca fiducia sia nell’impresa privata, sia nello stato, ma, tuttavia, appoggiano le iniziative statali a favore dei poveri.  Il terzo gruppo democratico, i conservatori democratici, è composto di persone che sono molto religiose, socialmente conservatrici, e sono moderati sulle questioni di politica estera.  E’ un gruppo composto di anziani, da molti neri e ispanici, e fra tutti i gruppi democratici è quello che crede di più nell’iniziativa personale.</p>
<p>Secondo lo studio della Pew Research Center, il centro è formato da tre gruppi: gli ottimisti (il 13% degli iscritti alle liste elettorali), i disaffezionati (10%), ed i “passanti” (lo 0% fra gli iscritti alle liste elettorali ma il 10% della popolazione in generale).  Gli ottimisti sono relativamente moderati e hanno una visione positiva della propria condizione economica, della performance del governo, dello stato dell’economia, e dello stato della nazione in generale.  Il gruppo degli ottimisti è composto di persone con un ottimo livello di istruzione e sono generalmente ben informati su questioni politiche, anche se non si identificano, ideologicamente, con uno dei due partiti principali.  Nel 2004, gli ottimisti votarono a favore di Bush in rapporto di 4 ad 1.  Il secondo gruppo, i disaffezionati, sono meno istruiti degli ottimisti, hanno difficoltà economiche, e hanno una visione più cinica a riguardo dello stato e dell’economia.  Nel 2004, quei pochi disaffezionati che andarono a votare scelsero, in larga parte, di appoggiare Bush.  Il terzo gruppo al centro sono i “passanti” della politica, che rimango sul “bordo campo” a guardare senza partecipare.  Secondo la ricerca della Pew Research Center, questo gruppo è composto, in larga parte, da giovani che non sono nemmeno iscritti alle liste elettorali.</p>
<p>Gli strateghi dei due partiti conoscono le statistiche della Pew Research Center, e, quando le abbinano ai risultati di altri studi, sanno che per un repubblicano è assolutamente necessario allargare la base elettorale verso il centro senza alienare la componente più conservatrice del partito.  Il filo conduttore che può unire i repubblicani al centro rimane la questione della sicurezza nazionale.  In questi giorni, McCain sta ripresentando questo tema come impegno principale della presidenza, mettendo in secondo piano tutti gli altri argomenti.  Il recente discorso di Bush alla Knesset israeliana, in cui ha attaccato qualsiasi “cedimento” verso i terroristi, fra cui anche il dialogo con paesi come l’Iran, è stato ampiamente sfruttato da McCain per riproporre quello che i democratici chiamano la politica della paura.  Se McCain riesce a convincere gli americani che solo una politica muscolare può garantire la sicurezza del paese, potrebbe anche superare la diffidenza che incontra da parte della destra religiosa, e creare simpatie al centro.</p>
<p>A causa della continuazione delle primarie, in casa democratica si parte con notevole ritardo nel costruire la grande coalizione necessaria per portare il proprio candidato alla Casa Bianca.  Ora che i numeri indicano che Obama è vicino al traguardo della nomination, alcuni esponenti democratici, rappresentativi delle diverse anime del partito, hanno iniziato il difficile lavoro di cucitura necessario per assicurare ad Obama il voto di tutto il pianeta democratico, ed anche quello di molti “ottimisti” del centro politico.  E’ necessario unire i liberal delle grandi città con gli afro americani, gli ispanici, i cattolici, gli ebrei, i lavoratori bianchi poco istruiti e con redditi bassi, con i conservatori democratici del sud.</p>
<p>Obama ha già il sostegno dei liberal e degli afro americani.  Con l’aiuto dell’ex senatore del Nord Carolina, John Edwards, sta partendo alla conquista dei bianchi che lavorano nelle grandi industrie e dei cosiddetti democratici svantaggiati –sono già diversi i sindacati industriali che hanno dichiarato di sostenere Obama, dopo che Edwards ha dichiarato di appoggiarlo.  Con l’aiuto del governatore ispanico del New Mexico, Bill Richardson, Obama va alla conquista del voto degli americani di origine ispanica.  Mancano ancora all’appello gli intellettuali ebrei, anche se molti di loro sono anche <em>liberal.</em> Ora che la senatrice Clinton ha deciso di appoggiare Obama, sarà lei stessa a garantirgli il sostegno dei conservatori democratici del sud, che proprio nel West Virginia le hanno dato una trionfale vittoria con il 67 percento di gradimento nelle primarie del 12 maggio, e dei cattolici americani, che in Pennsylvania le hanno dato il 72 percento del loro voto.</p>
<p>Gli strateghi di Obama e del partito democratico in generale, tuttavia, sanno che sarà necessario attaccare McCain molto intensamente proprio sulla questione della sicurezza nazionale, accostandolo il più possibile al presidente Bush, e all’impopolare guerra in Iraq.  Mentre è necessario costruire un’alleanza forte per tenere assieme tutte le componenti della variegata base elettorale democratica, solo conquistando gli swing voters del centro politico, particolarmente attenti alla questione della sicurezza nazionale, sarà possibile per Obama di vincere contro McCain.  Il tallone di Achille di Obama potrebbe essere il tema della sicurezza nazionale, ed è su questo che McCain sta già tentando di metterlo in cattiva luce.</p>
<p>Pubblicato sull'<em>Avanti!</em> del 25 maggio 2008</p>
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</item>
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<title><![CDATA[Sssssssst!]]></title>
<link>http://vincenzodurso.wordpress.com/?p=253</link>
<pubDate>Sat, 17 May 2008 15:23:45 +0000</pubDate>
<dc:creator>vincenzodurso</dc:creator>
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<description><![CDATA[Non lo dite a nessuno. Mentre impeversa fuffa psicologica sui media di regime, il dollaro raggiunge ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;">Non lo dite a nessuno. Mentre impeversa fuffa psicologica sui media di regime, <a href="http://gongoro.blogspot.com/2008/05/il-pozzo-senza-fondo.html" target="_blank">il dollaro raggiunge i 127 dollari al barile.</a> I lettori paranoici di trovalo tu già ne erano a conoscenza, <a href="http://vincenzodurso.wordpress.com/2008/05/06/o-petrolio-iranian/" target="_blank">qui</a> e <a href="http://vincenzodurso.wordpress.com/2008/04/23/o-petrolio-american/" target="_blank">qui.</a> Ma smettere di stampare dollari è impossibile. Chiediamo scusa, non potevamo sapere, solo che ora non sappiamo come cazzo fare.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma la notizia non è questa, non è neppure il caso travaglio, cosa avrà detto mai di così scandaloso? Sarebbe bastato <a href="http://youtube.com/watch?v=YIv_8e2FiwQ" target="_blank">fare un giro su youtube</a> per rendersene conto. E' solo un gioco a rafforzare le istituzioni, un valore aggiunto che si dà alle cariche dello stato, ai politici. Tanto è vero che più si sa più la gente corre a votarli. Forse ci si rispecchiano.</p>
<p style="text-align:justify;">Sembra invece piuttosto interessante il commento del corrispondente da Roma del Guardian (niente di meno) <a href="http://commentisfree.guardian.co.uk/john_hooper/2008/05/compromised_by_compromise.html" target="_blank">John Hooper</a>. A seguito del caso travaglio scopriamo addirittura che in italia non esiste nessuna opposizione, semmài esistita. Dovremmo forse definirlo <a href="http://vincenzodurso.wordpress.com/2008/05/13/ombre-celebrali/" target="_blank">governo ombra!</a>?  Segnalato e tradotto dal <a href="http://cittadiariano.it/blog/huey/2008/05/16/casp-travaglio-litalietta-vista-dallestero/" target="_blank">blog di huey freeman</a> il commento di john Hooper sul sito del Guardian. Ma bastava anche fare un giro sul sito della <a href="http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200805articoli/32848girata.asp" target="_blank">stampa.</a></p>
<p style="text-align:justify;">Chi non capisce "reciproche aperture" e "clima sereno e cordiale" è un elettore.</p>
<h3 style="text-align:justify;"><a href="http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200805articoli/32848girata.asp" target="_blank">Faccia a faccia Veltroni-Berlusconi Il premier: "Un confronto costruttivo"</a></h3>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200805articoli/32848girata.asp" target="_blank">Dopo le <em><span style="text-decoration:underline;"><strong>reciproche aperture</strong></span></em> dei giorni scorsi, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il segretario del Pd Walter Veltroni aprono ufficialmente la stagione del dialogo, con un colloquio di 35 minuti</a></p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200805articoli/32848girata.asp" target="_blank">Il premier esprime in una nota il suo punto di vista: «Si è avviato un confronto costruttivo quale già si era prefigurato nei giorni scorsi durante un ampio dibattito alla Camera e al Senato. <span style="text-decoration:underline;"><em><strong>In un clima sereno e cordiale </strong></em></span>ci siamo confrontati apertamente sul grande tema delle riforme istituzionali e sui principali provvedimenti di programma per il governo». Berlusconi si augura «che questi incontri, sempre nella <span style="text-decoration:underline;"><em><strong>netta separazione dei ruoli tra maggioranza e opposizione</strong></em></span>, possano proseguire in maniera continuativa nell’interesse del Paese». «Oggi -conferma Veltroni- abbiamo parlato di riforme istituzionali. È normale che si cerchi la convergenza sulle regole del gioco e al tempo stesso ci sia il confronto più aspro e ferrato necessario sui programmi. C’è bisogno di agire subito sul fronte delle riforme istituzionali, perchè il Paese ha bisogno di andare più veloce.</a></p>
<h3 style="text-align:justify;"><a href="http://cittadiariano.it/blog/huey/2008/05/16/casp-travaglio-litalietta-vista-dallestero/" target="_blank">Compromised by compromise</a></h3>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://cittadiariano.it/blog/huey/2008/05/16/casp-travaglio-litalietta-vista-dallestero/" target="_blank">Immagino che in molti paesi il neo-presidente (Schifani n.d.r.) sarebbe stato invitato alla puntata successiva del programma per spiegare come mai si fosse ritrovato in affari con tali individui. Invece la RAI si è scusata per le offese recategli. [...] Ci si sarebbe aspettato che l’opposizione di centro-sinistra avrebbe afferrato al volo l’occasione per mettere in imbarazzo il nuovo Presidente del Consiglio e la sua squadra di governo. Invece, neanche l’ombra. Con la sola eccezione dell’ex PM Antonio Di Pietro, [l’opposizione] si è schierata con Schifani contro Travaglio. Il leader del centro-sinistra al Senato ha detto che le parole del giornalista sono “inaccettabili”, deplorando il fatto che Schifani non fosse presente per poter smentire le accuse.Quindi l’opposizione sta tentando di concludere un accordo con Berlusconi, e non sarebbe la prima volta nella storia d’Italia recente. Sta sperando di portarlo a condividere una serie di riforme, inclusa la riforma elettorale, che considera vitali per il futuro della nazione. Così non vuole far niente che possa infastidire o, parafrasando Fazio, “offendere” il Presidente del Consiglio. Si tratta di un copione già visto. Alla fine degli anni ‘90, con la sinistra al governo, alcuni dei suoi leader credettero di poter raggiungere un accordo con Berlusconi sulla riforma della Costituzione. Ma le trattative divennero così complicate e si protrassero così a lungo, e la collaborazione con Berlusconi era considerata così vitale, al punto che la sinistra si “dimenticò” di attuare la promessa elettorale di approvare una legge sul conflitto di interessi [di Berlusconi] discendente dal suo essere al contempo magnate della TV e leader politico. Alla fine, la riforma costituzionale non si fece, e Berlusconi tornò al potere con il suo impero dei media intatto.</a></p>
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<title><![CDATA[Edwards appoggia Obama, e gli porta il voto operaio.]]></title>
<link>http://politicamericana.wordpress.com/?p=21</link>
<pubDate>Fri, 16 May 2008 17:24:56 +0000</pubDate>
<dc:creator>Anthony M. Quattrone, Ph.D.</dc:creator>
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<description><![CDATA[Anthony M. Quattrone
Il senatore dell’Illinois, Barack Obama, non poteva sperare di più dopo la s]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Anthony M. Quattrone</p>
<p>Il senatore dell’Illinois, <span style="color:#3366ff;"><strong>Barack Obama</strong></span>, non poteva sperare di più dopo la sonora, anche se prevista, sconfitta di martedì 6 maggio in West Virginia: mercoledì ha ottenuto il sostegno ufficiale da parte dell’ex senatore del Nord Carolina, <span style="color:#3366ff;"><strong>John Edwards</strong></span>.</p>
<p>Gli organi di informazione hanno spostato immediatamente la loro attenzione dai risultati negativi delle primarie di martedì, alla decisione di Edwards.  La tempistica dell’annuncio di Edwards sembrerebbe parte di un’abile strategia mediatica della squadra di Obama, volta ad eliminare immediatamente qualsiasi ripercussione sfavorevole dei risultati di martedì.  La campagna della senatrice di New York, <span style="color:#3366ff;"><strong>Hillary Clinton</strong></span>, aveva tentato di capitalizzare il successo in West Virginia, dove la senatrice aveva vinto con oltre il 66 percento del voto popolare, ottenendo 20 delegati contro gli 8 per Obama, indicando che quest’ultimo non è particolarmente gradito dalla classe operaia bianca e dai bianchi con bassi livelli di scolarizzazione.  Il West Virginia è uno stato conservatore, dove dominano i valori tradizionali americani di “dio, patria, e famiglia”.   <!--more Leggi tutto l'articolo!--></p>
<p>L’appoggio di Edwards sarà fondamentale per Obama su due fronti: nell’ottenere il sostegno dei superdelegati, e nell’allargamento della sua base elettorale.  La decisione di Edwards potrà sicuramente influire sulle scelte che faranno quei superdelegati che non hanno ancora deciso chi sostenere.  Fino ad ora, Obama è riuscito ad ottenere l’appoggio ufficiale di 290 superdelegati, contro 273 per la Clinton, e sono ancora 232 quelli che devono esprimersi.  Nel frattempo, Obama ha raggiunto la somma di 1.889 fra delegati e superdelegati, e, pertanto, gli mancano solo 136 per arrivare alla nomina.  La senatrice Clinton può contare su di un totale di 1.719 fra delegati e superdelegati, e, per vincere, avrebbe bisogno di vincere le rimanenti consultazioni elettorali con gli stessi margini con cui ha vinto in West Virginia, oltre a conquistare la maggioranza dei superdelegati che non si sono ancora espressi.</p>
<p>L’appoggio di Edwards potrebbe risultare fondamentale per Obama nel cercare di ottenere consensi fra quei bianchi a bassi livelli di scolarizzazione e i cosiddetti colletti blu, che oggi, secondo i sondaggi, appoggiano la senatrice di New York.  Edwards è gradito ai sindacati ed è considerato vicino agli americani comuni, alle persone che lavorano, e che affrontano ogni giorno i problemi legati alla difficile situazione economica americana.  Secondo gli analisti americani, per poter aspirare a vincere le elezioni presidenziali di novembre, Obama ha la necessità di unire il partito democratico al più presto, e deve allargare la sua base elettorale, includendo quella che finora ha sostenuto la Clinton.</p>
<p>La campagna elettorale di Obama ha deciso di invitare Edwards a fare il suo annuncio proprio in uno stato operaio, particolarmente colpito dall’attuale crisi economica americana e dalla perdita di migliaia di posti di lavoro.  A Grand Rapids, nello stato del Michigan, Edwards ha tenuto un discorso in cui ha ripreso il tema della sua campagna elettorale, prima dell’abbandono del 30 gennaio, “l’abbattimento del muro che divide gli americani in due, quelli che hanno, da quelli che non hanno”.  Edwards ha aperto il suo discorso lodando la senatrice Clinton, ma poi è passato subito ai motivi per i quali è necessario portare Obama alla Casa Bianca, e sconfiggere i repubblicani.  Per Edwards, Obama è capace di unire gli americani nella lotta contro la povertà, per il miglioramento del sistema scolastico, per la riforma del sistema di assistenza sanitaria, nella lotta contro le lobby, e per un diverso modo di fare la politica estera.</p>
<p>La scelta di tenere il discorso di Edwards nel Michigan è particolarmente significativa anche perchè i delegati di questo stato sono stati esclusi dal conteggio utile per la nomina democratica, a causa della decisione del partito di questo stato di anticipare le primarie, in violazione delle regole del partito.  Durante le consultazioni che si sono svolte in Michigan il 15 gennaio, la senatrice Clinton conquistò il 55 percento del voto popolare, ma il senatore Obama non solo non aveva fatto la campagna elettorale in quello stato, ma il suo nome non compariva nemmeno sulle schede elettorali.</p>
<p>Immediatamente dopo il discorso di Edwards, Obama ha potuto registrare il sostegno ufficiale di alcuni importanti sindacati americani, fra cui quello dei metallurgici, la <em>United Steelworkers Union</em>, con i suoi 600 mila aderenti.  Questo sindacato appoggiava Edwards, quando era ancora un candidato per la nomination democratica, ed è composto proprio da quella categoria di lavoratori che fino ad ora hanno appoggiato la Clinton.</p>
<p>Ora si aspettano le mosse della Clinton.  Nelle primarie del 20 maggio nell’Oregon e nel Kentucky ci saranno 103 delegati in palio, e mentre nel primo stato i sondaggi indicano Obama, nel secondo i pronostici sono a favore della <em>ex first lady</em>.</p>
<p>I responsabili del partito democratico sono al lavoro per sviluppare una “<em>exit strategy</em>” che può permettere, da un lato, una resa onorevole per la senatrice, e, dall’altro, unire il partito attorno ad Obama.   Secondo gli strateghi democratici è ormai arrivato il momento di concentrare gli sforzi contro il candidato repubblicano, il senatore dell’Arizona <span style="color:#3366ff;"><strong>John McCain</strong></span>.</p>
<p>Pubblicato il 16 maggio 2008 su <a href="http://www.agenziaradicale.com" target="_blank">Agenzia Radicale</a>.</p>
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<title><![CDATA[Obama in testa anche fra i superdelegati ]]></title>
<link>http://politicamericana.wordpress.com/?p=22</link>
<pubDate>Wed, 14 May 2008 17:39:29 +0000</pubDate>
<dc:creator>Anthony M. Quattrone, Ph.D.</dc:creator>
<guid>http://politicamericana.wordpress.com/?p=22</guid>
<description><![CDATA[Ieri si è votato nel West Virginia
Anthony M. Quattrone
Ieri si sono svolte le primarie democratich]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color:#3366ff;"><strong><span style="text-decoration:underline;">Ieri si è votato nel West Virginia</span></strong></span></p>
<p>Anthony M. Quattrone</p>
<p>Ieri si sono svolte le primarie democratiche in West Virginia, e, mentre il giornale va in stampa, si stanno concludendo le operazioni post voto, per assegnare i 28 delegati in palio.  Se le previsioni sono rispettate, la senatrice di New York, <span style="color:#3366ff;"><strong>Hillary Clinton</strong></span>, dovrebbe aver vinto il West Virginia con un ampio margine.</p>
<p>I risultati delle consultazioni in questo piccolo stato di tradizione conservatrice, tuttavia, non avranno alcun effetto sulla traiettoria che ormai si sta consolidando a favore del senatore dell’Illinois, <span style="color:#3366ff;"><strong>Barack Obama</strong></span>, il quale, domenica 11 maggio, ha superato l’ex first lady anche nel numero di superdelegati, confermando l’inversione di tendenza fra questi ultimi, che, fino a poche settimane fa, erano schierati in maggioranza a favore dell’ex <em>first lady</em>.  <!--more Leggi tutto l'articolo!--></p>
<p>Secondo <em>RealClearPolitics</em>, Obama ha 279 superdelegati, contro i 272 per la Clinton, mentre sono 244 quelli che non hanno ancora dichiarato per chi voteranno nella Convention democratica del prossimo agosto a Denver.  Obama continua a guadagnare consensi all’interno del partito dopo le consultazioni dello scorso 6 maggio in Indiana e nel Nord Carolina.  L’ex candidato democratico per le presidenziali del 1972, George McGovern, una bandiera dei progressisti americani, ha dichiarato il suo sostegno per Obama mercoledì scorso, così come altri 25 superdelegati nelle ultime due settimane, contro solo due per la senatrice Clinton.</p>
<p>Il conto dei delegati assegnati attraverso le consultazioni elettorali, primarie e caucus, fino ad ora è saldamente a favore di Obama, che conduce per 1.591 a 1.426, con 237 ancora d’assegnare.  Il totale fra delegati e superdelegati da un vantaggio di 1.870 a 1.698 per Obama, cui mancano solo 155 delegati per raggiungere la quota di 2.025, per ottenere la nomination del partito.  Sono rimasti d’assegnare solo 481, fra delegati e superdelegati.  La matematica è tutta contro le più rosee aspirazioni della senatrice Clinton – per pareggiare con Obama, dovrebbe riuscire ad ottenere il 68% dei consensi rimasti, fra delegati e superdelegati, mentre per Obama, con un successo poco oltre il 32%, nelle prossime consultazioni e fra i superdelegati ancora disponibili, il successo sarebbe garantito.</p>
<p>A parte le difficoltà “matematiche” per raggiungere quota 2.025, la senatrice Clinton sta riscontrando, per la seconda volta da febbraio, notevoli difficoltà economiche per sostenere la sua campagna elettorale.  La senatrice ha dovuto anticipare la settimana scorsa, assieme a suo marito, l’ex presidente <span style="color:#3366ff;"><strong>Bill Clinton</strong></span>, circa 6 milioni di dollari dai propri fondi personali per garantire la continuazione della sua campagna elettorale.</p>
<p>La pressione sta montando sia all’interno del partito democratico, sia fra gli opinionisti e commentatori politici vicini al partito, affinché la senatrice Clinton conceda al più presto la vittoria ad Obama.  L’ex first lady registra perdite di consensi giornalmente, specialmente per certe manifestazioni del suo carattere e alcune dichiarazioni che ha fatto di recente.  La famosa giornalista del New York Times, Maureen Dowd, ha scritto sul giornale newyorchese di domenica11 maggio, che la senatrice Clinton sta facendo ricorso a tattiche quasi razziste, quasi come se volesse dire “attenzione, quello è un nero!”, e fa dichiarazioni che cercano di creare l’impressione che “il gradimento per il senatore Obama fra gli americani che lavorano duramente, fra i bianchi che lavorano duramente, sta diminuendo di nuovo, mentre i bianchi che non hanno completato l’università appoggiano me”.</p>
<p>Per Clarence Page del Chicago Tribune le tattiche della senatrice Clinton contro Obama, basate su questioni razziali, sono disdicevoli, anche perchè “in un primo momento si metteva in dubbio che Obama fosse abbastanza nero per conquistare il voto afro americano, e ora lo si accusa di essere troppo elitario per conquistare il voto dei bianchi a basso livello di scolarizzazione”.</p>
<p>Per Dick Polman del Philadelphia Inquirer, la divisione nell’elettorato democratico è evidente, e sarà necessario mettersi all’opera per unirlo.  Obama ha l’appoggio dei più giovani, dei benestanti, dei colletti bianchi, degli abitanti dei centri urbani, degli intellettuali, e dei neri su cui la Clinton poteva contare all’inizio della campagna elettorale.  L’ex first lady può contare sugli anziani, il ceto medio, i colletti blu, gli abitanti delle zone rurali, e le donne, su cui Obama non ha mai potuto contare.</p>
<p><span style="color:#3366ff;"><strong>David S. Broder</strong></span>, del <em>Washington Post</em>, pone l’accento sulla necessità che la campagna democratica finisca al più presto proprio per dare ad Obama il tempo necessario per impegnarsi nel guadagnare consensi fra gli ispanici e i bianchi con bassi livelli scolastici, quelli che fino ad ora hanno sostenuto in maggioranza la senatrice Clinton, e per unire il partito per conquistare la Casa Bianca.</p>
<p>Il voto di ieri in West Virginia probabilmente darà ancora un minimo di respiro alla campagna elettorale della senatrice Clinton, e le permetterà di ribadire che ha il sostegno di quei democratici che si identificano nella parte più conservatrice del partito.  Tuttavia, sarà forse proprio la vittoria della Clinton in West Virginia, insignificante numericamente, ma colorata politicamente, che potrà convincere altri superdelegati che è venuto il momento di dare finalmente una svolta al partito democratico nella direzione indicata da Obama, e dichiarare apertamente il loro sostegno per il senatore dell’Illinois.  Se la Clinton non si arrenderà, il prossimo appuntamento sarà il 20 maggio, quando si svolgeranno le primarie nell’Oregon e nel Kentucky con 103 delegati in palio, e allora ne mancheranno veramente pochi ad Obama per raggiungere quota 2.025.</p>
<p>Pubblicato il 14 maggio 2008 sull'<span style="color:#ff0000;"><strong><em>Avanti!</em></strong></span>.</p>
]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Riforma del sistema sanitario al centro del dibattito elettorale USA]]></title>
<link>http://politicamericana.wordpress.com/?p=23</link>
<pubDate>Sun, 11 May 2008 17:41:11 +0000</pubDate>
<dc:creator>Anthony M. Quattrone, Ph.D.</dc:creator>
<guid>http://politicamericana.wordpress.com/?p=23</guid>
<description><![CDATA[Anthony M. Quattrone
I risultati delle primarie che si sono tenute nell’Indiana e nel Nord Carolin]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Anthony M. Quattrone</p>
<p>I risultati delle primarie che si sono tenute nell’Indiana e nel Nord Carolina, dove Obama ha vinto il maggior numero di delegati, 97 contro 86 della Clinton, con quattro ancora da assegnare, hanno confermato il vantaggio del senatore dell’Illinois, <span style="color:#3366ff;"><strong>Barack Obama</strong></span> sulla senatrice di New York, <span style="color:#3366ff;"><strong>Hillary Clinton,</strong></span> nel conteggio dei delegati finora assegnati nelle consultazioni svolte in 50 stati e territori americani.  Obama ha vinto 1.589 delegati e ha il sostegno dichiarato di 261 superdelegati, per un totale di 1.850.  Clinton ha vinto 1.424 delegati e ha il sostegno di 272 superdelegati, per un totale di 1.696.  Servono 2.025 delegati per ottenere la nomination.</p>
<p>Sono ormai molti gli analisti democratici americani che hanno espresso la convinzione che, con le primarie che si terranno il 13 maggio in West Virginia, con 28 delegati in palio, e quelle del 20 maggio nell’Oregon, con 52 delegati, e nel Kentucky con 51, una vittoria di Obama, o anche un sostanziale pareggio con la Clinton, potrebbe determinare la fine della corsa per l’ex <em>first lady</em>.  Nel frattempo i candidati continuano a scontrarsi sui principali temi del dibattito elettorale, ed in particolare, in casa democratica, su quello della riforma del sistema sanitario nazionale americano, o meglio, come pagare per le spese del sistema.    <!--more Leggi tutto l'articolo!--></p>
<p><span style="color:#3366ff;"><strong>Jacob S. Hacker</strong></span>, professore di scienze politiche a Yale, ha pubblicato un'interessante analisi sul New York Times del 27 aprile in cui descrive le presunte differenze nei programmi sanitari proposti dalla Clinton, e da Obama. Hacker rileva che entrambe le proposte hanno origine in quella sviluppata dall'ex candidato democratico, il senatore del Nord Carolina, <span style="color:#3366ff;"><strong>John Edwards</strong></span>.</p>
<p>La proposta di quest’ultimo si basa su tre punti fondamentali: il primo prevede l'obbligatorietà per i datori di lavoro di dare ai propri dipendenti una copertura sanitaria attraverso un'assicurazione privata, oppure partecipando alle spese di un sistema strutturato all'interno di un quadro di riferimento pubblico. Il secondo punto prevede la creazione di un'organizzazione pubblica responsabile per la supervisione di un pool di assicurazioni sanitarie, pubbliche e private, dal quale il lavoratore può scegliere una copertura sanitaria.  Il terzo punto prevede l'obbligo della copertura sanitaria per tutti gli americani, attraverso un'assicurazione, pubblica o privata.</p>
<p>La differenza fra le proposte di Clinton e di Obama è riducibile al terzo punto, quello che prevede la copertura universale. Hacker osserva che la richiesta di una copertura universale non nasce tanto dalla volontà di creare uguaglianza fra tutti i cittadini, bensì dalla necessità economica a sostegno delle assicurazioni.</p>
<p>E', infatti, necessario per le assicurazioni, che tutti gli americani, e non solo quelli in cattiva salute, vale a dire quelli che costano di più per le assicurazioni, acquistino una copertura assicurativa. La senatrice Clinton è a favore della copertura universale, mentre il senatore Obama propone la copertura obbligatoria per i minori, e vorrebbe, prima di sostenere la copertura universale, capire se il costo è sostenibile.</p>
<p>Secondo Hacker, da un punto di vista pratico, non c'è molta differenza fra le proposte dei due candidati, ma, per motivi che non si riesce a capire, entrambi i candidati esagerano la questione della copertura individuale universale, con la senatrice Clinton che accusa Obama di voler escludere circa 15 milioni di americani dalla copertura sanitaria, e quest'ultimo che accusa l'ex first lady di voler obbligare chi non se lo può permettere di pagare cifre esorbitanti per una copertura sanitaria.</p>
<p>La proposta dei democratici americani può essere meglio apprezzata nel contesto del sistema attualmente vigente negli Stati Uniti. La copertura assicurativa sanitaria americana si basa su due pilastri fondamentali, il Medicare e le assicurazioni private, e copre circa l'84 percento dei cittadini e degli immigrati legali, mentre il 16 percento degli americani, pari a circa 47 milioni di persone, n’è completamente sprovvista.</p>
<p>Tuttavia, in base ad un’analisi dei dati del censimento del 2006, è emerso che dei 47 milioni di americani sprovvisti di assicurazione sanitaria, circa 30 milioni ricevono un'assistenza pubblica per le spese mediche attraverso il Medicaid, mentre i rimanenti 17 milioni appartengono a famiglie con un reddito oltre $50 mila dollari l'anno, e la loro decisione di non acquistare una copertura medica potrebbe non essere connessa a considerazioni specificamente economiche. Il piano della Clinton prevedrebbe l'obbligatorietà dell'assicurazione sanitaria anche per questi "benestanti".</p>
<p>Il primo pilastro del sistema di copertura sanitaria negli USA, il Medicare, copre tutti i cittadini e gli stranieri che risiedono legalmente nel paese da almeno 5 anni, e che hanno superato i 65 anni di età, o soddisfano altri criteri speciali, come nel caso di coloro che ricevono una pensione d'invalidità federale da almeno due anni. Il Medicare, che fu creato nel 1965, è un'assicurazione amministrata dal governo federale, ed è finanziato attraverso le contribuzioni sociali prelevate direttamente dalle paghe della forza lavoro in attività.  Per qualificare per i benefici del sistema Medicare, un lavoratore, dipendente o autonomo, deve aver pagato contributi assicurativi per almeno 40 trimestri durante la sua vita lavorativa.  Il Medicare copre il ricovero ospedaliero, le visite mediche, le medicine, e alcune prestazioni paramediche, attraverso un sistema complesso di ticket, franchigie, e assicurazioni private aggiuntive.  Oltre 40 milioni di americani (13,6 percento della popolazione, secondo il censimento del 2006) usufruiscono del Medicare.</p>
<p>Il secondo pilastro del sistema di copertura sanitaria negli USA è composto dalle polizze assicurative private acquistate direttamente dai datori di lavoro, le organizzazioni sindacali e professionali, dalle istituzioni pubbliche, o dai privati cittadini.  Circa 202 milioni di americani (pari al 67,9 percento della popolazione) hanno una copertura assicurativa privata, e fra questi, circa 177 milioni (circa il 59,7% percento della popolazione) attraverso il proprio datore di lavoro, e 25 milioni (circa l'8,2 percento della popolazione) attraverso l'acquisto di una polizza personale o familiare.</p>
<p>Le famiglie a basso reddito, o con poche risorse finanziarie a disposizione, che non sono coperte, o lo sono in modo insufficiente da altri sistemi di assistenza sanitaria, possono accedere al Medicaid, un programma finanziato congiuntamente dal governo federale e dagli stati, ma amministrato direttamente da questi ultimi.</p>
<p>Circa 30 milioni di americani (quasi il 10,1 percento della popolazione, secondo il censimento del 2006) usufruiscono solo dei benefici del Medicaid, mentre 7 milioni di americani usufruiscono della combinazione fra Medicare e Medicaid, perchè sono anziani e hanno un reddito troppo basso per poter pagare ticket e franchigie previste dal programma Medicare. Il costo del Medicaid incide, in media, per circa il 22 percento dei bilanci dei 50 stati americani, registrando un incremento dall'8 percento del 1985.</p>
<p>Secondo gli analisti, uno dei motivi dell'aumento del costo del Medicaid negli ultimi venti anni va addebitato alla decisione di molti datori di lavoro di non accordare più un'assicurazione sanitaria ai propri dipendenti, obbligando i lavoratori più poveri a rivolgersi al sistema del Medicaid.</p>
<p>Le proposte dei candidati democratici dovrebbero far spostare il costo della copertura sanitaria, dalle casse federali e statali ai datori di lavoro e ai lavoratori stessi.  Ma non è chiaro quali dovrebbero essere i ruoli del governo federale, degli stati, delle contee, e delle stesse assicurazioni private secondo Obama e Clinton.</p>
<p>Il famoso giornalista della CNN Larry King ha intervistato il 30 aprile <span style="color:#3366ff;"><strong>Michael Moore</strong></span>, il regista e produttore di Sicko, il film documentario che nel 2007 ha denunciato lo stato dell'assistenza sanitaria negli USA.  Moore è un sostenitore del partito democratico nelle prossime elezioni presidenziali, ma non ha esitato a sparare a zero sulla proposta democratica, alludendo ai finanziamenti che Obama e Clinton ricevono dalle ditte farmaceutiche e dalle assicurazioni.</p>
<p>Rispondendo a <span style="color:#3366ff;"><strong>Larry King</strong></span>, Moore ha dichiarato, "Il motivo per il quale né il piano sanitario del Senatore Obama, né quello della senatrice Clinton porteranno ad una vera copertura universale in questo paese è perché entrambi permettono alle compagnie assicurative di controllare quello che accade. Si devono rimuovere le compagnie assicurative sanitarie private che mirano a fare profitti, perchè finché devono fare un profitto, non potranno trattare tutti nello stesso modo, perchè rischierebbero di non guadagnare i soldi di cui hanno bisogno".</p>
<p>Per Moore, "si deve rimuovere il profitto come motivazione, così come si fa per altri servizi di base. Per esempio, non richiediamo alla polizia o ai pompieri di mostrare un profitto ogni anno. Non si dovrebbe richiedere questo al nostro sistema sanitario, e nessun altro paese occidentale lo fa. La salute è un diritto umano, dappertutto, eccetto, sfortunatamente, che qui".</p>
<p>Tuttavia, gli strateghi democratici devono prendere in considerazione che 84 percento degli americani già riceve una copertura assicurativa sanitaria, e il 10 percento riceve l'assistenza del Medicaid, per un totale del 94 percento della popolazione. Del 6 percento che non riceve alcuna assistenza sembrerebbe, secondo il censimento del 2006, che il 3 percento fa parte di famiglie con redditi fra i 50 e i 75 mila dollari l'anno, e un altro 3 percento fa parte di famiglie con un reddito superiore ai 75 mila dollari annui. Coloro che non hanno alcuna copertura sono, pertanto, una piccola minoranza.</p>
<p>Pertanto, per il professor Hacker la stragrande maggioranza degli elettori americani non è interessata a come assicurare coloro che per il momento non hanno alcuna copertura sanitaria. Hacker consiglia a Obama e Clinton di discutere come faranno a dare agli americani una copertura assicurativa che si potranno permettere di pagare, e che duri anche nel caso di perdita o cambio del lavoro. Per Hacker, "i senatori Obama e Clinton farebbero bene a prescrivere un piano sanitario più attraente di quello scheletrico proposto da John McCain, che si basa solo su incentivi fiscali per chi si assicura. Devono parlare chiaro, usando termini semplici e comprensibili".</p>
<p>Pubblicato sull'<em><span style="color:#ff0000;"><strong>Avanti! </strong></span></em>l'11 maggio 2008.</p>
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<title><![CDATA[O' petrolio iranian']]></title>
<link>http://vincenzodurso.wordpress.com/?p=251</link>
<pubDate>Tue, 06 May 2008 20:48:42 +0000</pubDate>
<dc:creator>vincenzodurso</dc:creator>
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<description><![CDATA[Il dollaro è ormai carta straccia, inflazionato. Il petrolio valutato in dollari continua ad aument]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;">Il dollaro è ormai carta straccia, inflazionato. Il petrolio valutato in dollari continua ad aumentare, ma è una cifra ingannevole? <a href="http://vincenzodurso.wordpress.com/2008/04/23/o-petrolio-american/" target="_blank">Ricordate poi che il prezzo del petrolio valutato in oro è fermo dal 2001</a>? <a href="http://gongoro.blogspot.com/2008/05/andante-veloce.html" target="_blank">Ispirato dal gongoro</a>, <a href="http://ilparanoico.googlepages.com/" target="_blank">il paranoico</a> non ha potuto fare a meno di chiedersi perché l'iran ha cessato di condurre le transizioni petrolifere in dollari americani. Il foglio del comunista pentito ferrara risponde alle paranoie cospirazioniste. <a href="http://www.ilfoglio.it/blog/206" target="_blank">bush e brown ritengono l'iran una minaccia atomica e quindi meritovole di misure economiche</a>. Persino il paranoico si perde in questa dialettica surreale, perdendo il capo e la coda. Qual'è la causa e qual'è l'effetto? <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Scozia" target="_blank">I fondali del <span class="mw-redirect">mare del Nord</span> e dell'Atlantico settentrionale di pertinenza scozzese contengono le più ampie riserve di petrolio dell'<span class="mw-redirect">Unione Europea</span></a>, come mai il prezzo della benzina continua a salire qui in scozia? Ma l'iran non potrebbe richiedere il pagamento del petrolio in oro? Se il prezzo della benzina aumenta di 9 centesimi di dollaro in una settimana, l'inflazione è galoppante? Le solite e piccole domande che il pranoico si pone, i piccoli dubbi delle vignette sulle elezioni mai pervenute.</p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://xiaodongpeople.blogspot.com/2008/05/usa-preghiere-contro-caro-benzina.html" target="_blank">Chi prega è economista.</a> <a href="http://www.luogocomune.net/site/modules/newbb/viewtopic.php?topic_id=123&#38;forum=44" target="_blank">Chi legge è paranoico.</a></p>
<h3><a href="http://www.ansa.it/site/notizie/awnplus/topnews/news/2008-05-06_106209108.html" target="_blank">--&#62;Petrolio:  nuovo record</a></h3>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://www.ansa.it/site/notizie/awnplus/topnews/news/2008-05-06_106209108.html" target="_blank"> Nuovo record per il prezzo del  petrolio che a New York ha toccato i 121 dollari al barile.</a></p>
<h3 style="text-align:justify;"><a href="http://www.iht.com/articles/ap/2008/04/30/news/Iran-Oil.php" target="_blank">--&#62;Official says Iran quits using US dollar for oil deals</a></h3>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://www.iht.com/articles/ap/2008/04/30/news/Iran-Oil.php" target="_blank">Iran has stopped conducting oil transactions in U.S. dollars, an official said Wednesday, a concerted attempt to reduce reliance on Washington at a time of tension over Tehran's nuclear program and suspected involvement in Iraq.</a></p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://www.iht.com/articles/ap/2008/04/30/news/Iran-Oil.php" target="_blank">Iran, OPEC's second-largest producer, has dramatically reduced dependence on the dollar during the past year in the face of increasing U.S. pressure on its financial system and the fall in the value of the American currency.</a></p>
<h3 style="text-align:justify;"><a href="http://italia.pravda.ru/world/5563-0/" target="_blank">--&#62;L'Iran guida l'attacco contro il dollaro Usa</a></h3>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://italia.pravda.ru/world/5563-0/" target="_blank">In base alle affermazioni del governatore della Banca centrale dell'Iran, Ehrabhim Sheibany, a Kuala Lumpur alla fine del mese scorso, Tehran ha raggiunto la decisione di terminare tutte le vendite di petrolio in dollari. </a></p>
<p><!-- TEXT BLOCK 2 --></p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://italia.pravda.ru/world/5563-0/" target="_blank">La Zhuhai Zhenrong Trading, una compagnia statale cinese che compra 240.000 barili di petrolio al giorno dall'Iran, approssimativamente il 10% della produzione totale iraniana di 2, 2 milioni di barili al giorno, ha confermato il passaggio all'euro per i suoi acquisti di petrolio iraniano.</a></p>
<h3 style="text-align:justify;"><a href="http://www.ilfoglio.it/blog/206">--&#62;Così Ahmadinejad fa dimenticare all'Iran inflazione alta e sanzioni internazionali</a></h3>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://www.ilfoglio.it/blog/206" target="_blank">Il leader di Teheran ha inoltre dato la colpa dell’aumento del costo del greggio alla caduta del dollaro americano e dichiarato che “il dollaro non è più una valuta” [...] Il leader di Teheran ha inoltre dato la colpa dell’aumento del costo del greggio alla caduta del dollaro americano e dichiarato che “il dollaro non è più una valuta”</a></p>
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<title><![CDATA[La storia infinita: Oggi i democratici USA votano in Indiana e nel Nord Carolina]]></title>
<link>http://politicamericana.wordpress.com/?p=24</link>
<pubDate>Tue, 06 May 2008 17:46:46 +0000</pubDate>
<dc:creator>Anthony M. Quattrone, Ph.D.</dc:creator>
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<description><![CDATA[Anthony M. Quattrone
Sono 192 i delegati in palio nelle primarie democratiche che si svolgono oggi i]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Anthony M. Quattrone</p>
<p>Sono 192 i delegati in palio nelle primarie democratiche che si svolgono oggi in Indiana e in Nord Carolina.  Secondo i più recenti sondaggi, il senatore dell’Illinois, <span style="color:#3366ff;"><strong>Barack Obama</strong></span>, è in vantaggio sulla senatrice di New York, <span style="color:#3366ff;"><strong>Hillary Clinton</strong></span>, nel Nord Carolina, dove è forte la presenza dell’elettorato afro americano, ma è in svantaggio nell’Indiana, dove Clinton può contare sul sostegno di una forte e radicata base di lavoratori industriali.  Dopo le primarie che si sono svolte in Pennsylvania il 22 aprile, che hanno visto la vittoria della senatrice di New York con l’assegnazione di 8